Capibara: il sound dell’Europa meridionale

di Stefano Cuzzocrea - 5 giugno 2014

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Chi? Cosa? Quando? Dove? Come? Perché? Quando ci si pone certi interrogativi di sicuro è successa qualcosa. Però magari è qualcosa che va sommata ad altro, qualcosa che perfeziona una fattispecie in un processo di lenta erosione culturale. Luca è un ragazzo del suo tempo. Un nativo digitale. Un musicista da cameretta. Eppure tanto sensibile a ciò che ispira ed espira da essere portatore sano di latitudini e longitudini che definiscono un suono e uno spazio: il sound dell’Europa meridionale.

È un po’ il castigo dei Calderoli e dei Borghezio, una sorta di legge del contrappasso per la quale Milano è sud e non più nord, nell’ottica cosmopolita dell’U.E. Infatti, se l’Unione fa la forza, per loro è meglio tornare al vecchio conio, in una coerenza d’involuzione che li lega ai pregiudizi dello spazio e del tempo che furono. Intanto, al centro del vecchio impero, qualcuno guarda le proprie radici e dissente: “Non mi piace Roma, non vivo bene nella mia città, mi provoca una leggera tristezza che risuona anche nei miei beat”. Ce lo racconta Capibara. Eppure lui è parte di quel futuro che arde sotto la cenere di un posto la cui eternità è ormai presa dal fuoco del divenire. E del resto è dal ritmo malato del traffico intasato dell’Urbe come dalla tristezza futuribile della techno capitolina che sgorga la musica della White Forest. Records

Si tratta di un discografico, difatti, oltre che di un dj e musicista. E se c’è chi osteggia la definizione di musicista attribuibile ad un giovanotto che smanetta tra cavi, computer, mixer e controller c’è da obiettare che si tratti, al contrario, di un tassello a noi prossimo e di una storia in trasformazione da decenni. Riassumendo in soldoni, è sintomatico l’aver battezzato un album col titolo di Homework da parte dei Daft Punk, prima di diventare autori, un anno fa, della hit fortunata che fa sgambettare le veline in tv e ha tramutato il duo in pasto per mamme, nonne e polli per amor di coscia e petto. “La tv non la guarda più nessuno”, sostiene il giovane producer romano, figlio di internet quasi più che dei suoi genitori: “Mia madre è una casalinga, mio padre non so che lavoro faccia in realtà, se pure me l’ha spiegato diverse volte, credo comunque sia qualcosa che ha a che fare con le consulenze sul lavoro”. Ma Luca non è il solo in famiglia ad essere distante: “Mio fratello è un ingegnere, non ascolta molta musica e anche ai miei del resto non interessa, non sentono neppure la radio, infatti quando gli dico che parto per andare a mettere i dischi o per suonare si meravigliano del fatto che mi paghino”.

Se tutte queste informazioni rientrassero nell’orbita del gossip vorrebbe dire che la sociologia e i detrattori abiterebbero pianeti ancora più lontani dei mondi che separano Luca da suo padre, ottenendo un quadro  della realtà consolante.

Il bicchiere è mezzo pieno dunque, tant’è che la nube di smog e amenità, che avvolge Roma e fa espirare male a Capibara l’aria della sua città, diviene fascino sonoro se tradotta in termini di loop e armonie: “Le mie produzioni sono piene di ritmi e malinconia”, sostiene fermamente Luca. La carta migrazione se l’era giocata poco meno di un anno fa: “Ero stato a Torino per uno dei miei show e la città mi aveva affascinato così tanto da decidere di trasferirmi a lavorare là, tanto più che il mio diploma in grafica conseguito allo Ied era spendibile in un posto che su certe qualifiche è all’avanguardia, difatti mi è andata bene, ho trovato subito lavoro e ci sono stato benissimo da ottobre fino a febbraio, poi, però, sono dovuto tornare a Roma per via dei progetti avviati con gli altri soci della mia etichetta discografica”.

Come dargli torto? La White Forest da allora ha incentivato le produzioni e, dopo una prima fase di release in free download, è passata ad uscite vere e proprie, tra le quali spicca l’album di GodBlessCommputer, ovvero Veleno, che sta riscuotendo consensi a gogò un po’ ovunque.

Tutte produzioni che hanno sfornato hanno, però,  fatto slittare  proprio il full lenght di Capibara: “Ogni volta che decido di ultimarlo è il momento di rilasciare il disco di qualcuno della nostra scuderia e faccio passare quindi le mie cose in secondo piano”, spiega con naturalezza questo discografico gentile e barbuto. Ma adesso il suo momento sembra essere arrivato e Jordan dovrebbe difatti arrivare negli store a fine giugno, tant’è che l’evento di presentazione ufficiale è già fissato per il 2 luglio, al Circolo degli artisti.

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Come suona? Riannodando il discorso alla saga dei dischi fatti in cameretta, è come se il primo Burial  e i suoi demoni da festa terminata avessero fatto un viaggio verso sud, scaldandosi al caldo del sole mediterraneo, riaccendendo l’impianto. Le influenze, insomma, lo stanziano in un baricentro perfetto tra U.K. e Africa. È in sostanza il sound dell’Europa Meridionale.

La radice quadrata viene dall’ hip hop. Del resto la storia di Luca parte da lì, quando, ancora teenager, “tra i banchi della scuola media, qualcuno mi ha fatto scoprire il Wu-Tang Clan, è da lì che è iniziato il mio percorso proseguito, scavando avanti e indietro nella storia del rap, tra un disco dei Public Enemy e la difficile comprensione di Dilla avvenuta più in là, durante il liceo; allora, in prossimità della maturità, grazie al mi socio Luca Ritucci, addetto alla parte grafica della White Forest, ho iniziato ad interessarmi anche all’elettronica, trovando un appiglio ideale tra ritmo e malinconia prima ancora che nelle mie tracce in quelle dei Telefon Tel Aviv”, ci riassume Luca, prima di raccontare chi sia in realtà davvero Capibara.

È lui, e su questo non ci piove, ma è anche un internauta al quale non piace la mondanità e che adora, forse per compensazione, Justin Timberlake. Passa le sue giornate in studio a comporre  o navigando col computer, guadando vecchi video che gli ricordano i vhs dell’infanzia e lo suggestionano al punto da prendere i campioni proprio da film, documentari e spot catturati dalla Rete. Sono i postumi di quella civiltà dell’immagine che lo ha partorito. È nato nell’89, alla fine di un’era nella quale tutto sembrava facile, e non ha avuto difficoltà a nutrirsi di tasti, muovendosi a suon di skip, e rewind, andando avanti e indietro con il mouse, ma la più grande ispirazione gliel’ha data  il bottone fast forward e il suo album ne è la riprova.

Ci stanno dentro sogni incisi tra zeri e uni e notti spese in cuffia a looppare suoni saccheggiati ovunque e frazionati in infinitesimi di una realtà passata e presente poi spezzettata in file e ricomposta in funzione di una nuova contemporaneità. Interrompendo questo assemblaggio con sporadiche uscite con gli amici, come  quando Ghostpoet gli ha chiesto una traccia, che si erano scambiati via internet: “La voleva per un suo mixtape, ma gli serviva nel giro di un paio d’ore e io non ero a casa”. Il web dà ed il web toglie. L’importante è restare connessi con la realtà. E lui lo è perfettamente. Latitudine e longitudine descrivono il punto esatto. Il resto è criptato da una nuova geografia e da antropologie urbane che passano per le stanze del sapere come per le camerette dell’ingegno. In barba ai conservatori.