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	<title>2bePOP &#187; Alioscia</title>
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		<title>Pat Cosmo: Pharrell all&#8217;italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jun 2014 23:20:43 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter size-full wp-image-2083" alt="pat cosmo" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2014/06/pat-cosmo.jpg" width="960" height="960" />Dovremmo vergognarci? È davvero tanto duro ammettere che la nostra musicalità è basata sulla melodia?<span id="more-2079"></span> Gli americani, e gli afroamericani in particolare, hanno invece un senso del ritmo molto più spiccato. Peculiarità a parte, però, c’è da dire che il loro mercato discografico è smisurato rispetto al nostro, del resto è quello di un continente intero, mica di una scarpetta a metà strada tra Europa ed Africa.  Se non si tengono a mente queste basilari differenze, non si può certo comprendere quanto il nostro Pat Cosmo possa essere considerato il Pharrell italiano, in un universo pop fatto di rap e canzoni come di ritmo e melodia, di colonialismi vecchi e nuovi in antitesi con quella famosa rivoluzione che non sarà teletrasmessa. Giusto, Gil? È innanzitutto una questione di stile.</p>
<p>La storia inizia nel 1973. Quell’anno Kool And The Gang incidono Good Times, che è un po’ il progenitore di Happy, mentre Bob Marley registra Catch a Fire, l’album che consegna all’Inghilterra il reggae e rende il rock del terzo mondo sempre più vicino. Il 5 aprile di quell’anno nasce Pharell Williams e pochi mesi dopo, il 16 settembre per essere precisi, arriva sul pianeta Terra anche Patrick Benifei. Ci vorranno 20 anni prima che i due esordiscano nelle rispettive band e ne sono già passati altrettanti fino a quel qui ed ora dal quale si cerca di stabilire un contatto.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/5vdICTNO1Zk" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Com’è l’Italia del 1993? Tangentopoli vorrebbe segnare la fine della prima repubblica e invece diventa uno specchietto per le allodole che regala ciò che resta del Paese a calcio, mignotte e scommesse con la vita. Il movimento studentesco de La Pantera tenta di recuperare quel filo rosso che lega il dissenso politico a una generazione che segue la precedente e non ha mai smesso, forse, di essere costretta a sanguinare. È il punk ad aver aperto altre strade. Ed è ancora il punk ad aver regalato la musica e la lingua ad un popolo di ragazzi che hanno voglia di giocarsi il tutto per tutto. Intanto la miccia accesa da Marley con Catch A Fire ha innestato un ordigno che ha tinto il rock di nero e lo ska di bianco, oltre ad aver forgiato la techno come l’hip hop, tutti ingredienti che in questa saga hanno il loro ruolo da protagonisti, relegando tutti gli altri a semplici comparse in cerca di un destino da cambiare.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/SSmsJvWzVzM" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Patrick all’epoca studia pianoforte da un’insegnante, privatamente, e sostiene gli esami al conservatorio. Fa già sul serio insomma. Ha pure un gruppo, anzi una posse: “Sono un rapper mancato”, ci racconta, mentre fa una pausa, in un bar di Torino, prima di registrare la sua ennesima collaborazione in ambito hip hop. “Mi piace molto il rap come tipo di espressione, è un modello di comunicazione base, è molto popolare, nel senso che è accessibile a chiunque, è universale, è partito dal ghetto e poi è diventato di tutti, del resto è un mezzo che ha dato voce a chi non poteva averla, e a chi non aveva i soldi per uno studio di registrazione ha dato un’opportunità alternativa”, continua a spiegarci. Non a caso la vita di Pat Cosmo cambia proprio per via di un concerto hip hop e proprio nel 1993. Difatti, in una licenza dal servizio militare, dato che la naja è ancora obbligatoria all’epoca, come a quei tempi cantava Lou X, il giovane Benifei, appena ventenne, parte per Milano e Luca, un suo amico col quale deve andare allo show di Paris, lo porta in uno squat. Tra gli abitanti c’è Alioscia, una delle due voci dei Casino Royale (l’altra è Giuliano Palma). Pat non conosce la band ma fortuna vuole che inizia a farne parte quasi immediatamente, mentre il gruppo lascia l’inglese e il two tone per cambiare i connotati della musica italiana in maniera inequivocabile e irreversibile.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/okS8XtdgJIo" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>“Ho iniziato a suonare le tastiere con loro nell’ultima parte del tour nel quale portavano in giro “Dainamaita, poi siamo entrati in studio per registrare “Sempre più Vicini”, ci riassume, ricostruendo la vicenda più sapida ed ibrida della cultura contemporanea meneghina. Tra le case occupate di via Garigliano e via Della Pergola, lì a Milano e in quel periodo, vivono e si muovono, oltre a Pat ed Alioscia, un’infinità di artisti, pensatori e musicisti, tra i quali Claudio Sinatti, Alessio Manna e Dj Gruff. L’hip hop è il nuovo punk e chi era costretto a sanguinare ha nuove cicatrici a base di inchiostro grazie alla mano di Paolino. Un periodo indelebile. “Sento la mancanza di fare i dischi come si facevano una volta, c’erano altri budget, si stava un mese intero all’estero per registrare, girando per i negozi di dischi e nei club, respirando ed inspirando tutto quello che finiva tra i solchi del vinile, e già prima si stava in campagna a fare i provini, in più tutto questo lo si faceva assieme, si viveva insieme; adesso si incide tutto in un attimo col computer, il campionamento ha modificato i processi di lavorazione, ma il ricordo dell’Orionoco studio di Londra mi fa ancora venire la pelle d’oca”. Non sono state solo gioie però. Se si chiede a Patrick quale sia stato il momento peggiore della sua vita non ha dubbi: “Il periodo in cui ci siamo sciolti: il sentimento che ho provato è come  quello che ti distrugge quando finisce un matrimonio; avevamo suonato con gli U2,  scelti da loro per aprire il tour italiano, eravamo al top della forma e invece, improvvisamente è scoppiato tutto; sono dovuto tornare a casa dei miei per riprendermi, avevo perso tutto. Lo scisma tra Giuliano e Alioscia non ha lasciato in piedi la famiglia. “Testa contro testa ed io stavo nel mezzo, non potevo scegliere tra un fratello e un altro”, ci racconta ancora Patrick, mandando giù il sorso più amaro,  quasi venti anni dopo, poco lontano da quella Milano dal doppio standard, ma ancora più vicino.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/WNCfUa6VK_k" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Adesso, il suo coefficiente è massimo. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Con i Casino ha fatto pace già dai tempi di “Reale”. Quando sono tornato con loro è stato perché quella cosa mi mancava, era un’altra dimensione rispetto al resto”. E se ci si domanda quale sia il resto, allora si ignora una bella fetta di rock, reggae e rap italiano degli ultimi 20 anni. Le collaborazioni di Patrick sono un’infinità, dai La Crus a Dj Gruff, passando per la band che porta in giro Neffa, i Regga e National Ticket ed anche la loro mutazione chiamata Smoke, dai quali viene fuori la carriera di Nina Zilli se vogliamo, senza contare il Patrick membro stabile degli Africa Unite, tutte le sue numerosissime collaborazioni in ambito hip hop, particolare questo che lo rende ancora più vicino a quel Pharrell di cui sopra.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/NFIV9eWA3EY" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Ma c’è dell’altro, ovvero i BlueBeaters, prima di ogni altra cosa. Inizia a far parte del gruppo già negli anni zero e ne esce perché “annoiato dal fatto che eravamo fermi da troppo e quando sono ripartiti ero impegnato a suonare altrove e a comporre un disco per Tricarico, in più l’idea di fare le cover di vecchi successi italiani non mi alletta troppo”; adesso però ne è diventato la voce principale, dopo che Giuliano Palma ha preferito la carriera solista. “Ci siamo reinventati un po’ di volte, tant’è che sono rientrato da tastierista ed ora che è tornato anche Peter Truffa sono il cantante; all’inizio ero preso dalla timidezza, poi è andata  progressivamente sempre meglio: sto imparando ad affrontare il palco da un’altra angolazione e mi piace un sacco, difatti pare che negli show io sorrida molto e la gente percepisca il mio entusiasmo”. Assieme a loro pare stia registrando un intero album, anche se al momento hanno inciso solo un singolo, in studio con Max Casacci: si tratta della loro versione della Toxic di Britneyana memoria. Ma le novità non si faranno attendere: “Io ed un po’ di altra gente stiamo scrivendo dei pezzi, questa volta i BlueBeaters non si limiteranno alle cover”.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/HUIwBDUM3aE" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Ecco il passaggio fondamentale. È solo negli ultimi tempi difatti che Pat Cosmo ha preso consapevolezza della sua voce. La sua carriera, in sostanza, sembra essere spiegata dai titoli di due album, i primi due, della band di Pharrell, i N.E.R.D., ovvero “In Search Of” e “Fly Or Die. E, paradossalmente, tra i promotori di questa seconda fase, quella del volo, c’è Ron: “Non sono andato in tour con lui perché è stato uno di quelli che mi hanno convinto a cantare, dunque mi ha dato coraggio, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Se per Williams questo ruolo lo ha avuto Teddy Riley per Pat Cosmo c’è voluto Rosalino Cellamare, ma lo abbiamo detto all’inizio che l’Italia non è l’America e del resto Carosone ha dedicato a questo tema e a Renzo Arbore la sua canzone più celebre. Ecco, se Patrcick invece che con Ron fosse andato a Sanremo con The Bloody Beetroots, la similitudine con i Daft Punk e Pharrell sarebbe stata grottesca, ma per fortuna loro hanno scelto Gualazzi. Le vie del Get Lucky sono infinite insomma. Tant’è che dal palco dell’Ariston il signor Benifei è tornato con ben altre consapevolezze: “Chiunque, dietro le quinte, mi ha detto che CRX gli ha cambiato la vita o che almeno lo ha spinto a comprare il campionatore”.</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
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		<title>Nto&#8217;: l&#8217;intervista</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 12:46:47 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="" src="http://www.myhiphop.it/wp-content/uploads/2013/03/29620_485472161493625_1033567595_n.jpg" width="720" height="451" />Passano gli anni. Sembra distante già tanto il boom mediatico di Scampia e i primi timidi passi di Roberto Saviano. L’amore forse diventa odio troppo spesso nel gioco dei sentimenti. Ma l’odio può anche lui diventare amore?<span id="more-1450"></span></p>
<p>In certe cose non c’è reciprocità forse. Però gli estremi di questa contrapposizione di forze sono attraversati da un’unica energia: la passione. Il resto è solo coraggio o, come ha voluto titolare Nto il suo primo album solista, “Coraggio impossibile”.</p>
<p>Lui è la metà esatta dei Co’Sang, un duo rap o, forse addirittura hip hop se qualche autistico b-boy dovesse concedergli l’onore. E oggi, anche da solo, va all’attacco lo stesso. La prima domanda che gli facciamo è, difatti, un attacco frontale: siamo partiti dal battesimo e lui ha ribadito che invece il suo disco è una sorta di estrema unzione: “Per me coraggio impossibile è inteso innanzitutto come concetto finale”, risponde fiero, spiegando di come sia in realtà “il bene che viene trovato appunto dopo la ricerca di questo particolare tipo di coraggio; e ha a che fare anche con la mia situazione attuale, cioè a partire dallo scioglimento di un gruppo e dal mettersi in gioco da capo”.</p>
<p>Cosa è successo prima? Nel passato più recente c’è la scissione: “Il nostro duo si è sciolto per una scelta artistica di Luca, in primis quella di non volere più fare rap in napoletano; da quel momento abbiamo cercato di assestarci, ma partendo da una virata così forte ci siamo trovati davanti a non pochi problemi, e quindi ognuno ha deciso che cosa voleva essere da lì in poi”. Una diatriba che parte da un concetto linguistico, una cosa non da poco, almeno per loro, tanto che Nto ribadisce la sua attitudine con una fierezza che ne chiarisce la valenza semiotica: “Per me il dialetto è importante, non ho mai pensato di abbandonarlo, sarebbe come se una band decidesse improvvisamente di cambiare totalmente genere musicale”.</p>
<p>Orgoglio napoletano? Bisogna tornare indietro per capire cosa sia successo, bisogna tornare, almeno, al rapporto con il loro quartiere, Scampia, e con Saviano, un rapporto di amore ed odio per alcuni, o più probabilmente fatto di equilibri violati da terzi incomodi. “Io e Roberto siamo sempre stati amici e tra l’altro il primo album dei Co’Sang è uscito quasi in contemporanea con Gomorra. Ci è stato semplicemente un momento di poca chiarezza: noi abbiamo sentito di dire la nostra, perché avevamo constatato un certo attacco frontale mentre ci sarebbe voluto un approccio diverso dalla violenza mediatica, il problema forse doveva essere analizzato in maniera diversa. Adesso, Saviano ha anche pubblicato sulla sua bacheca di Facebook il nostro pezzo quindi con lui non ho nessun problema. Noi semplicemente in quel momento abbiamo voluto dire la nostra su come veniva affrontato il problema”. Quello di Nto è un gioco di parole per il quale chi vuole intendere intenda. Resta una verità contemporanea però: i problemi li crea la tv e li risolvono i social network, un’affermazione che se pure pare uscita dal manuale del perfetto grillino riporta la mediaticità fuori dai centri di potere classici e li riconnette ai rapporti personali, anzi all’interattività tra individui.</p>
<p>Come resta fermo il fatto che i Co’Sang, non per loro volontà ovviamente, siano diventati appetibili, proprio in quel periodo, a televisioni e giornali proprio in virtù dei problemi del loro quartiere, Scampia, avendo la possibilità di raccontare certi fatti senza bisogno di mediazioni; riallacciandosi al concetto di rap come Cnn della strada coniato dai Public Enemy dieci anni prima insomma. Il magazine Rolling Stone, in quel boom di camorra, Gomorra e camurrie gli ha accesso, allora, i riflettori addosso, mandando ad intervistarli due cronisti da strada molto in linea con Chuck D: Alioscia dei Casino Royale e Dee Mo, uno dei pionieri dell’hip hop italiano. “Da là è nato un confronto, oltre che una vera amicizia, e un bel rapporto di scambio musicale e artistico”, ricorda Nto, che ascoltava i loro dischi e si è oggi trovato ad avere i Casino Royale sul suo: “È stata una collaborazione che si è sviluppata in modo molto naturale”.</p>
<p>E non è l’unico meeting culturale divenuto musica all’interno del suo Coraggio impossibile: “Sono molto contento della collaborazione con Enzo Avitabile, lui ha fatto da supporto addirittura ad un tour di James Brown in Italia; “Enzo Avitabile Music Life”, il film su di lui, è stato proiettato anche alla mostra internazionale del cinema di Venezia, come film inaugurale non in concorso, con tanto di ben otto minuti di standing ovation. Per me è un artista che merita successo e sono contento che il tributo cinematografico gli sia arrivato direttamente da New York”.</p>
<p>Ancora Napoli quindi, una città che si sta svegliando, soprattutto in ambito hip hop: “Si è trovata un po’ di consapevolezza nel dover remare nella stessa direzione; Napoli è sempre stato un centro di energia, ma se nessuno gli dà visibilità le cose non vengono alla luce. Noi abbiamo un grandissimo laboratorio, che però appena arriva ad un certo livello si ferma perché non riesce ad allargare la sua sfera di diffusione. Adesso, forse si sta tentando di fare un bel gioco di squadra”.</p>
<p>Sarà merito anche del rinnovato business del rap in italiano? Il momento è florido, però il rischio è che si premino solo dischi e m.c. fatti in copia carbone e Nto non è assolutamente tra questi. “In effetti si rischia di cadere un po’ nell’omologazione, ma è in queste trappole che entra in gioco il ruolo dell’artista e cioè il trovare soluzioni nuove all’interno di forme conosciute, in questo caso il rap. Io cerco di fare questo. Un concetto di ricerca che ho sviluppato negli anni, ed anche una propensione che ho sempre avuto. L’offerta è molto ampia, quindi anche dal punto di vista del mercato è necessario diversificarla. Questo è più un consiglio che un giudizio sul rap attuale” tiene a precisarci.</p>
<p>Insomma, Nto ha imparato a muoversi bene nei discorsi di microeconomia, trovando un ambito certamente meno stigmatizzante della microcriminalità adolescenziale della quale parla diffusamente nei suoi testi. “Io credo nella poesia che diventa denuncia. È quello che ho cercato sempre di fare, le canzoni sono questo. Credo che il modo di dire le cose debba essere meno diretto possibile, ci deve essere l’elemento fantastico a fornire una dimensione poetica al testo; ritengo che l’originalità derivi dalla tecnica: se hai una tecnica che ti distingue dagli altri è questa la tua forza”.</p>
<p>Ecco, la sua forza è quella di continuare a cantare Napoli. In questo suo primo album lo si sente addirittura nelle melodie, ma se gli si dà del neomelodico mette subito i puntini sulle i: “Io in realtà mi rifaccio alla melodia classica che ha portato la canzone italiana nel mondo, il genere neomelodico è un’altra cosa”. Difatti il suo nuovo sound sembra un compromesso tra matrice black e musicalità partenopea. Del resto lui dell’idea di compromesso ha una visione molto chiara: “Non ha un’accezione solo negativa, il compromesso lo si accetta quotidianamente, è il vivere sociale; se lo si estremizza diventa repressione, servilismo, ma quando viene usato nelle misure giuste fa parte della nostra vita, sta alla base della convivenza”.</p>
<p>Una visone schietta e che non fa una grinza. Anche perché, senza correre il rischio di prendersi per il culo o di essere stati presi per il culo dai media, a Scampia il compromesso ti salva la vita. Non dev’essere stato facile crescere là, tant’è che secondo Nto è solo “l’infanzia il periodo della vita che si può descrivere come il momento in cui ci sono meno compromessi da sopportare”. Poi, aggiungiamo noi e senza bisogno di riferire il discorso ad un qualsiasi ghetto, ci si deve per forza sporcare le mani un po’.</p>
<p>Non a caso la vita di un giovane di Scampia è tale e quale a quella di un ragazzo qualunque. Cosa sogna? “Una famiglia tutta mia. È la cosa che desidererei di più. Forse anche per via della perdita di mio padre”. E già ci si immagina la favolosa scritta ‘e vissero tutti felici e contenti’ e sullo sfondo le vele, quelle stesse vele che lo hanno condotto fino a qui, navigando attraverso la merda di un quotidiano che gioca con i compromessi, con la musica, con l’amore e con l’odio. Con la vita insomma…</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
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		<title>L&#8217;intervista agli Esperanza</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 15:51:11 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-1415" alt="foto di Mattia Buffoli" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/05/esperanza1-1024x682.jpg" width="1024" height="682" />È una questione di prospettive. Si sarebbe potuto iniziare ribadendo che tutto il mondo è paese ma non è così<span id="more-1414"></span>. Milano, per quanto l’appellativo di metropoli gli si addica per il primato delle linee metro e poco altro, ha le stesse dinamiche di tutto il resto d’Italia, piccoli centri compresi. Il resto è una questione di dimensioni, come direbbe una femminuccia che conosce più letti che posizioni (giusto per non offendere la categoria e il rapporto con l’intimità corporea) o che non ha compreso, semplicemente, la differenza tra un pene e un braccio. E poi, di quanto sia avanti il capoluogo lombardo si è già detto in questa sede parlando di Elita e del Design Week. È proprio lì e allora che si è svolta questa chiacchierata con gli Esperanza.</p>
<p>Che band, wow. Ogni città ha il gruppo che si merita e il terzetto sintetizza benissimo pregi e difetti di quella che è, per antonomasia, la capitale italiana del business e, quindi, anche di quello musicale.  I curricula contano. E infatti Matteo Lavagna era parte dell’epoca più bella dei Disco Drive, band di culto e seminale di quello che viene indicato come il fenomeno indie partito negli anni zero e poi regredito in frantumazioni di una attimo cantautorale che passerà. È uno che non ci è cascato in sostanza. Con lui c’è Carlo Alberto Dall&#8217;Amico, in arte Cècile, uno dei fenomeni della nuova italo disco o come l’ha definita Gomma, facendo riecheggiare l’esordio della techno detroitiana, the new italian house. Un genietto. Non a caso è proprio la stessa label tedesca a dare i natali a questo terzetto in odor di navigli. Sì, terzetto, perché con loro c’è anche Sergio Maggioni, ex Hot Gossip e chitarrista capace di suonare ispirazioni di Santana e degli Iron Maiden in contesti sminuzzati e riequalizzati ad hoc, un po’ come si fa in genere con il campionamento.</p>
<p>È proprio lui che ci dà il benvenuto. Sono tutti stanchi, non solo perché è l’ultimo giorno del festival ma, soprattutto, per via di un tour di tre date, partito da Milano e approdato poi a Roma e Pescara, sempre sulle ali della Red Bull. È stata proprio questa bibita a dargli l’energia necessaria a calcare il palco del prestigioso Sonar due anni fa, ai primordi della carriera. Perché anche nella città del business le pastette contano.</p>
<p>Certo, l’energy drink per eccellenza ha costruito il nuovo panorama della musica internazionale, fornendo spunti, corsi didattici, finanziamenti e investimenti che guardano al talento e alla professionalità e non alle clientele. Basta dire che quella basilare esperienza chiamata Homegroove era gestita qui in Italia, per loro, da Alioscia, il leader dei Casino Royale, l’unica vera band milanese capace di poter essere paragonata ai colleghi esteri (i Bluvertigo erano di Monza), ed oggi padrino degli Esperanza, il primo dei loro fan, in un passaggio di testimone che fa confluire le epoche in quelli che la fisica chiama vasi comunicanti.</p>
<p>“Italia per noi è giusto un rodaggio, miriamo più ad avere una visibilità all’estero”, ci racconta Matteo, che è un po’ il portavoce del gruppo. “A Milano c’è tanta gente che fa un mare di cose, ciò non vuol dire che esista una scena”. Difatti lui e Carlo vivono da qualche mese a Berlino. Hanno fatto bene. E poi tutti, prima o poi migrano verso nord, come si diceva all’inizio è solo una questione di prospettive. Il fatto è che Milano ha sempre avuto un confronto ottimo e privilegiato con tutto ciò che viene da fuori confine, una sorta di esterofilia che soffre di vertigini.</p>
<p>A loro due, comunque, partire è servito per raccogliere le idee. “Avevamo bisogno di tempo da dedicare alla scrittura”, rispondono quasi all’unisono. E sono molte le affermazioni quasi corali che caratterizzano la conversazione. Un’altra riguarda i testi: “Per scriverne bisogna avere qualcosa da dire”. Che gli faccia paura esporsi? Sergio, a dire il vero, ha scritto addirittura qualcosa in Italiano: “Non disdegniamo affatto il poter cantare nella nostra lingua e il cantare in generale” ribadisce Matteo denotando una distanza dai dogmi dell’hypsteria indie del Belpaese. Bravi, ma questo si è già detto, e davvero indipendenti dalle prassi degenerate e preconcette a quanto pare. Difatti cercano prospettive più ampie. “Il confronto è basilare”, secondo Carlo, e dunque meglio sentire più voci e in più lingue.</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-1416" alt="foto di Mattia Buffoli" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/05/esperanza2-1024x682.jpg" width="1024" height="682" /></p>
<p>A fargli venire la voglia di cantare ci ha pensato Jassie.  Jesse Boykins è diventato una sorta di quarto Esperanza: li ha sentiti al Sonar e da allora ha compreso che alla band mancava un leader, anzi un cantante, perché come leader Matteo sembra funzioni benone in ambito pratico. Si è quindi dedicato a loro ed è stato il cooprotagonista di questo piccolo tour di tre date. A tratti gli ha rubato la scena. A tratti si è limitato a fare pezzi che di innovativo hanno solo la vicinanza con D’Angelo e il nu-soul, si potrebbe sollevare con sarcasmo. Ma il trio ci tranquillizza: “Nel nuovo disco canterà solo uno o due pezzi, uno di sicuro: è quello che abbiamo fatto nei live, non ha un titolo ma lui lo chiama One more gin”. Menomale, viene da dire, anche perché ricorda parecchio il nome di un pezzo di Criss Brown, e questo può anche bastare. Del resto non si può avere tutto dalla vita e gli addominali sono già molto, avrebbe potuto suggerie Costantino Vitagliano.</p>
<p>Loro non ci sarebbero mai cascati: gli Esperanza, proprio in merito a questo atteso secondo album, hanno ottime intuizioni. La prima? “La necessità di un direttore artistico; ci sarebbe un’idea che potrebbe concretizzarsi ma per scaramanzia non facciamo nomi”. Che si tratti di Caribou? Che si siano fatti ispirare dall’intellettualismo psichedelico canadese non ne hanno mai fatto mistero; però la cosa sarebbe troppo scontata e loro non lo sono affatto. Perché? Uno per il procedere alla vecchia maniera: “Abbiamo registrato tra i 15 e i 23 nuovi pezzi e molti hanno delle potenzialità pop, ma potrebbero anche non finire nel disco”; due per una statuizione tutta nuova per loro: “Vorremmo tentare di eliminare del tutto le sequenze, improvvisare senza nessuna ancora”, un po’ come i trapezisti senza rete insomma. Soprattutto Carlo pensa che i loop siano deleteri e rischino di compromettere gli show: “Paradossalmente sarebbe più facile farne a meno, anche perché se poi un giorno non dovessero partire sarebbe la fine”.</p>
<p>Matteo, dal canto suo, non è affatto nuovo ad un’esperienza di questo tipo: cavoli, era nei Disco Drive. È proprio da lì che viene l’idea di realizzare delle vere e proprie canzoni: dalla collaborazione con Banjo Or Freakout, anche lui in quello stesso progetto torinese ed anche lui emigrato verso altri lidi.  Le certezze maturate ad inizio carriera dal trio sono arrivate di conseguenza: “Quando abbiamo sentito Michael Mayer suonare il nostro remix di Walls, uscito per Royality , abbiamo avuto la certezza di aver fatto centro”.</p>
<p>In effetti si tratta di una delle poche cose buone uscite dall’Italia, musicalmente, negli ultimi due anni, almeno in un’ottica da esportazione. Per non parlare della dormiente Milano, che, comunque, sembra molto attenta a questi suoi beniamini.  I Tunnel era stracolmo, durante la loro performance, ed erano tutti entusiasti. Non è forse per la tendenza del Belpaese a tramutare gli show in feste di compleanno? Matteo nega fermamente. Carlo, più giovane e quindi più pertinente all’urgenza propria al punk, invece, è pienamente d’accordo.</p>
<p>Ironia della sorte, non gli va di parlare della data pescarese della sera prima. Pare che metà del pubblico fosse lì per una festa di laurea, ma il dj Fabrizio Mammarella abbia elegantemente spento la musica, nell’altra sala, per favorire la concentrazione degli spettatori sotto il palco; ha fatto l’errore, però, di riattaccarla una ventina di  minuti prima della fine, lasciando il gruppo un po’ troppo solo sul finale. Insomma, posto che è una questione di prospettive, il resto sembra una differenza effimera tra feste di compleanni e lauree. Se tutto il mondo fosse paese sarebbe davvero una rovina.</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lettera ad un amico in forma di Mixtape</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2013 23:27:06 +0000</pubDate>
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<p><img class="size-medium wp-image-464 alignleft" alt="Patrick &quot;Pat Cosmo&quot; Benifei" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/01/patrick-300x225.jpg" width="300" height="225" />Credo di averlo conosciuto già dai tempi di Garigliano occupata, quando nel salotto ti poteva capitare di beccare Gruff a giocare con i primi modelli di Playstation, Aliosha vociare che la pasta era pronta nella cucina protetta da SantAntonio e Giuliano Palma sfogliare qualche rivista di moda sul divano. Con i Casino Royale io e molti della mia generazione (classe 1971) ci siamo cresciuti. Ho macinato chilometri su treni notturni che puzzavano tutti nello stesso modo, dormendo in stazioni improbabili o in posti occupati di ogni città, per andarmeli a sentire in ogni angolo di questo maledetto stivale. Ho invaso il loro backstage negli stadi, nei club, nei centri sociali e nelle masserie salentine. Una volta ho anche scritto una postfazione ad un bel libro che parlava di loro scritto da un ottimo avvocato calabrese, Francesco Sapone, che con me ha condiviso molte di quelle esperienze. Nella loro sintesi sonora riconosco l&#8217;energia di una visione. Nel loro percorso musicale trovo specchiato il mio: una negritudine atavica, un&#8217;attitudine punk che trova modi sempre nuovi e inaspettati per manifestarsi, una inscalfibile passione per l&#8217;età d&#8217;oro del suono giamaicano, l&#8217;orecchio sempre attento sulle mille rivoluzioni digitali… Poter comprare l&#8217;olio nuovo dal chitarrista della band, il mitico Pardo, è per me un piacere unico, come avere il privilegio di pregustare in anteprima le produzione del suo progetto collaterale e bassoso, in combutta con Alberto &#8220;Tuzzy&#8221; Tucci: Backwords. Ma pure farsi gli ascolti delle novità con il laptop nella camera d&#8217;hotel di Aliosha e Uxo è una di quelle cose che mi regalano una certa soddisfazione.</p>
<p>Ho amato anche Neffa, quando sulla spiaggia di Torre dell&#8217;Orso mi faceva sentire, su una C60, i versi alla Paolo Conte che diventavano rap luccicante (quelle bozze sarebbero diventate &#8220;Aspettando il sole&#8221;). Con i Messaggeri della Dopa e l&#8217;inizio della sua carriera solista ero ancora lì, appeso ai suoi versi da periferia campana.</p>
<p>Mi sono appassionato molto anche a quell&#8217;All Star Team passato su tanti palchi col nome di Bluebeaters. Adoravo l&#8217;umiltà di musicisti straordinari e stelle navigate del firmamento musicale italiano che si mettevano a fare cover clamorose solo per passione.</p>
<p>La costante di tutte questi amori giovanili in musica è l&#8217;occhialuto stiloso di cui sopra, Patrick Benifei aka Pat Cosmo aka Tapioca Battlefield, uno che, con le sue tante collaborazioni, ha saputo scrivere pagine fondamentali di un suono cruciale. Eppure, quando ci ceni insieme a casa di Macro Marco, con quelli di Skoolbwoy a stappare le bottiglie di birra e Ghemon a metterti fretta che il live sta cominciando, scopri che ha ancora l&#8217;entusiasmo ragazzino e l&#8217;orecchio curioso senza neanche un pelo.</p>
<p>Il suo nuovo progetto si chiama Tapioca Battlefield ed ha un EP fresco di stampa su Elastica, “Handclap Job”. È nato per gioco su un campo di battaglia dolcissimo, il tavolo della sua cucina, mentre si beccava sputi di tapioca dal piccolo pargoletto che ha messo al mondo con gioia. L&#8217;idea era di fare musica che potesse far ballare il bimbo e cantare la mamma. Ne è uscita una manciata di tracce da spellarsi le mani per gli applausi entusiasti.</p>
<p>Ve lo presentiamo con un mix esclusivo per Mixology, lungo e immersivo che, per me, vale più del suo guardaroba.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Andrea Mi</em></p>
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