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	<title>2bePOP &#187; Bluebeaters</title>
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		<title>Pat Cosmo: Pharrell all&#8217;italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jun 2014 23:20:43 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter size-full wp-image-2083" alt="pat cosmo" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2014/06/pat-cosmo.jpg" width="960" height="960" />Dovremmo vergognarci? È davvero tanto duro ammettere che la nostra musicalità è basata sulla melodia?<span id="more-2079"></span> Gli americani, e gli afroamericani in particolare, hanno invece un senso del ritmo molto più spiccato. Peculiarità a parte, però, c’è da dire che il loro mercato discografico è smisurato rispetto al nostro, del resto è quello di un continente intero, mica di una scarpetta a metà strada tra Europa ed Africa.  Se non si tengono a mente queste basilari differenze, non si può certo comprendere quanto il nostro Pat Cosmo possa essere considerato il Pharrell italiano, in un universo pop fatto di rap e canzoni come di ritmo e melodia, di colonialismi vecchi e nuovi in antitesi con quella famosa rivoluzione che non sarà teletrasmessa. Giusto, Gil? È innanzitutto una questione di stile.</p>
<p>La storia inizia nel 1973. Quell’anno Kool And The Gang incidono Good Times, che è un po’ il progenitore di Happy, mentre Bob Marley registra Catch a Fire, l’album che consegna all’Inghilterra il reggae e rende il rock del terzo mondo sempre più vicino. Il 5 aprile di quell’anno nasce Pharell Williams e pochi mesi dopo, il 16 settembre per essere precisi, arriva sul pianeta Terra anche Patrick Benifei. Ci vorranno 20 anni prima che i due esordiscano nelle rispettive band e ne sono già passati altrettanti fino a quel qui ed ora dal quale si cerca di stabilire un contatto.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/5vdICTNO1Zk" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Com’è l’Italia del 1993? Tangentopoli vorrebbe segnare la fine della prima repubblica e invece diventa uno specchietto per le allodole che regala ciò che resta del Paese a calcio, mignotte e scommesse con la vita. Il movimento studentesco de La Pantera tenta di recuperare quel filo rosso che lega il dissenso politico a una generazione che segue la precedente e non ha mai smesso, forse, di essere costretta a sanguinare. È il punk ad aver aperto altre strade. Ed è ancora il punk ad aver regalato la musica e la lingua ad un popolo di ragazzi che hanno voglia di giocarsi il tutto per tutto. Intanto la miccia accesa da Marley con Catch A Fire ha innestato un ordigno che ha tinto il rock di nero e lo ska di bianco, oltre ad aver forgiato la techno come l’hip hop, tutti ingredienti che in questa saga hanno il loro ruolo da protagonisti, relegando tutti gli altri a semplici comparse in cerca di un destino da cambiare.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/SSmsJvWzVzM" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Patrick all’epoca studia pianoforte da un’insegnante, privatamente, e sostiene gli esami al conservatorio. Fa già sul serio insomma. Ha pure un gruppo, anzi una posse: “Sono un rapper mancato”, ci racconta, mentre fa una pausa, in un bar di Torino, prima di registrare la sua ennesima collaborazione in ambito hip hop. “Mi piace molto il rap come tipo di espressione, è un modello di comunicazione base, è molto popolare, nel senso che è accessibile a chiunque, è universale, è partito dal ghetto e poi è diventato di tutti, del resto è un mezzo che ha dato voce a chi non poteva averla, e a chi non aveva i soldi per uno studio di registrazione ha dato un’opportunità alternativa”, continua a spiegarci. Non a caso la vita di Pat Cosmo cambia proprio per via di un concerto hip hop e proprio nel 1993. Difatti, in una licenza dal servizio militare, dato che la naja è ancora obbligatoria all’epoca, come a quei tempi cantava Lou X, il giovane Benifei, appena ventenne, parte per Milano e Luca, un suo amico col quale deve andare allo show di Paris, lo porta in uno squat. Tra gli abitanti c’è Alioscia, una delle due voci dei Casino Royale (l’altra è Giuliano Palma). Pat non conosce la band ma fortuna vuole che inizia a farne parte quasi immediatamente, mentre il gruppo lascia l’inglese e il two tone per cambiare i connotati della musica italiana in maniera inequivocabile e irreversibile.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/okS8XtdgJIo" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>“Ho iniziato a suonare le tastiere con loro nell’ultima parte del tour nel quale portavano in giro “Dainamaita, poi siamo entrati in studio per registrare “Sempre più Vicini”, ci riassume, ricostruendo la vicenda più sapida ed ibrida della cultura contemporanea meneghina. Tra le case occupate di via Garigliano e via Della Pergola, lì a Milano e in quel periodo, vivono e si muovono, oltre a Pat ed Alioscia, un’infinità di artisti, pensatori e musicisti, tra i quali Claudio Sinatti, Alessio Manna e Dj Gruff. L’hip hop è il nuovo punk e chi era costretto a sanguinare ha nuove cicatrici a base di inchiostro grazie alla mano di Paolino. Un periodo indelebile. “Sento la mancanza di fare i dischi come si facevano una volta, c’erano altri budget, si stava un mese intero all’estero per registrare, girando per i negozi di dischi e nei club, respirando ed inspirando tutto quello che finiva tra i solchi del vinile, e già prima si stava in campagna a fare i provini, in più tutto questo lo si faceva assieme, si viveva insieme; adesso si incide tutto in un attimo col computer, il campionamento ha modificato i processi di lavorazione, ma il ricordo dell’Orionoco studio di Londra mi fa ancora venire la pelle d’oca”. Non sono state solo gioie però. Se si chiede a Patrick quale sia stato il momento peggiore della sua vita non ha dubbi: “Il periodo in cui ci siamo sciolti: il sentimento che ho provato è come  quello che ti distrugge quando finisce un matrimonio; avevamo suonato con gli U2,  scelti da loro per aprire il tour italiano, eravamo al top della forma e invece, improvvisamente è scoppiato tutto; sono dovuto tornare a casa dei miei per riprendermi, avevo perso tutto. Lo scisma tra Giuliano e Alioscia non ha lasciato in piedi la famiglia. “Testa contro testa ed io stavo nel mezzo, non potevo scegliere tra un fratello e un altro”, ci racconta ancora Patrick, mandando giù il sorso più amaro,  quasi venti anni dopo, poco lontano da quella Milano dal doppio standard, ma ancora più vicino.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/WNCfUa6VK_k" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Adesso, il suo coefficiente è massimo. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Con i Casino ha fatto pace già dai tempi di “Reale”. Quando sono tornato con loro è stato perché quella cosa mi mancava, era un’altra dimensione rispetto al resto”. E se ci si domanda quale sia il resto, allora si ignora una bella fetta di rock, reggae e rap italiano degli ultimi 20 anni. Le collaborazioni di Patrick sono un’infinità, dai La Crus a Dj Gruff, passando per la band che porta in giro Neffa, i Regga e National Ticket ed anche la loro mutazione chiamata Smoke, dai quali viene fuori la carriera di Nina Zilli se vogliamo, senza contare il Patrick membro stabile degli Africa Unite, tutte le sue numerosissime collaborazioni in ambito hip hop, particolare questo che lo rende ancora più vicino a quel Pharrell di cui sopra.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/NFIV9eWA3EY" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Ma c’è dell’altro, ovvero i BlueBeaters, prima di ogni altra cosa. Inizia a far parte del gruppo già negli anni zero e ne esce perché “annoiato dal fatto che eravamo fermi da troppo e quando sono ripartiti ero impegnato a suonare altrove e a comporre un disco per Tricarico, in più l’idea di fare le cover di vecchi successi italiani non mi alletta troppo”; adesso però ne è diventato la voce principale, dopo che Giuliano Palma ha preferito la carriera solista. “Ci siamo reinventati un po’ di volte, tant’è che sono rientrato da tastierista ed ora che è tornato anche Peter Truffa sono il cantante; all’inizio ero preso dalla timidezza, poi è andata  progressivamente sempre meglio: sto imparando ad affrontare il palco da un’altra angolazione e mi piace un sacco, difatti pare che negli show io sorrida molto e la gente percepisca il mio entusiasmo”. Assieme a loro pare stia registrando un intero album, anche se al momento hanno inciso solo un singolo, in studio con Max Casacci: si tratta della loro versione della Toxic di Britneyana memoria. Ma le novità non si faranno attendere: “Io ed un po’ di altra gente stiamo scrivendo dei pezzi, questa volta i BlueBeaters non si limiteranno alle cover”.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/HUIwBDUM3aE" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Ecco il passaggio fondamentale. È solo negli ultimi tempi difatti che Pat Cosmo ha preso consapevolezza della sua voce. La sua carriera, in sostanza, sembra essere spiegata dai titoli di due album, i primi due, della band di Pharrell, i N.E.R.D., ovvero “In Search Of” e “Fly Or Die. E, paradossalmente, tra i promotori di questa seconda fase, quella del volo, c’è Ron: “Non sono andato in tour con lui perché è stato uno di quelli che mi hanno convinto a cantare, dunque mi ha dato coraggio, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Se per Williams questo ruolo lo ha avuto Teddy Riley per Pat Cosmo c’è voluto Rosalino Cellamare, ma lo abbiamo detto all’inizio che l’Italia non è l’America e del resto Carosone ha dedicato a questo tema e a Renzo Arbore la sua canzone più celebre. Ecco, se Patrcick invece che con Ron fosse andato a Sanremo con The Bloody Beetroots, la similitudine con i Daft Punk e Pharrell sarebbe stata grottesca, ma per fortuna loro hanno scelto Gualazzi. Le vie del Get Lucky sono infinite insomma. Tant’è che dal palco dell’Ariston il signor Benifei è tornato con ben altre consapevolezze: “Chiunque, dietro le quinte, mi ha detto che CRX gli ha cambiato la vita o che almeno lo ha spinto a comprare il campionatore”.</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
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		<title>Gli Africa Unite e il momento nostalgia</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Apr 2013 16:48:45 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1219" style="width: 650px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-1219" alt="foto di Vanessa Cuda" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/04/Africa-Unite.png" width="640" height="960" /><p class="wp-caption-text">foto di Vanessa Cuda</p></div>
<p>È facile sbagliarsi. Del resto il confine tra nostalgici e conservatori è labile<span id="more-1218"></span>. Come definire l’operazione che porta di nuovo sui palchi gli Africa Unite nella formazione di vent’anni fa? L’anniversario di Babilonia e poesia è l’occasione. La tendenza a celebrare il passato è un trend già immortalato nel libro Retromania, dopo un decennio di reunion e compleanni. È solo un tassello di una questione molto più ampia forse.</p>
<p>C’è chi lo definisce un morbo. Altri invece ci hanno ironizzato su: è stato geniale chi ha proposto a Michele, grande addetto alla cucina per estimatori della pasta alla carbonara, di dedicarsi ad altri piatti per almeno due anni, scaldando il terreno e la tavola per una successiva reunion della carbonara sulla lunga distanza.</p>
<p>Eppure la questione Africa Unite è diversa. Non ci sono i ragazzini che popolano le dance hall dei soliti week end: c’è un popolo di trentenni e quarantenni che si abbraccia senza paura di mettere le mani su vecchie cicatrici rischiando di riaprirle, anche perché può darsi che non si sono mai rimarginate del tutto. Tanto che entrando al Balck Out di Roma scappa anche una lacrimuccia.</p>
<p>Non è il solo il tempo ad averci segnato ma anche il contrario. Vedere Casacci prendersi una pausa dai Subsonica e Cato dai Bluebeaters e dalla Soulfull Orchestra, difatti, non è il segno dei tempi; semmai potrebbe esserlo il racimolare qualche euro in tempo di crisi, e di crisi ancor più dilaniante e lunga del mercato discografico se è per questo. Il fine invece è capire come eravamo e cosa è rimasto. La band diventa testimone di un momento passato ancora ma in atto nell’anima, paradosso di una lotta vinta e persa al contempo. Fuori c’è ancora Babilonia, certo, anzi la corruzione è la causa di questo Titanic che affonda, per dirla con De Gregori: accostamento da cui dedurre che la nave fa acqua da tutte le parti già da un bel po’. Eppure sul palco c’è ancora la poesia di allora. Una poesia potenziata e debilitata al contempo: perché anche tra maturità e vecchiaia il confine è labile. Tanto vale intonare i rimpianti e qualche rimorso facendo finta che sia solo una certa goliardia a far muovere i corpi.</p>
<p>Quando viene riesumata Lega la lega tutto questo è ancora più chiaro: il sound è andato un tantino a male però il brano è attualissimo. Vittorie romantiche e sconfitte reali insomma. Ed a subirle in maniera corale ci siamo ancora noi: quelli che il tempo ha fatto fiorire, ha radicato e nutrito, sebbene abbia sconfitto noi e non i Bossiani appena ripromossi, nonostante la loro missione sia diventata l’ennesima testimonianza di come il potere logori, almeno eticamente, chi c’è l’ha.</p>
<p>“Never stop fighting” dichiara Bunna intonando la hit più partigiana del loro repertorio. Ed è ancora coro ed è ancora quello che era. Una lotta non solo politica ma esistenziale: anche perché è con band seminali come la loro che, fuori dai circoli elitari sanremesi, si è condotta una battaglia quotidiana per fare dell’arte un mestiere, della musica una professione, puntando a rimanere puri, certo, ma anche lacerati da una realtà schiacciante. Eppure sono ancora in piedi. Ce l’hanno fatta. Eccoli qui.</p>
<p>Un brano che è brandelli di qualsiasi cosa. Sulla parte dub riaffiorano i 90 della Talking Loud, le ritmiche di Ronni Size, ed anche i nostri vecchi Casino Royale diventano sempre più vicini. Una finezza che promuove un decennio intero. Un decennio da non dimenticare. Una lotta che abbiamo perso dietro le stesse barricate e vinto a mani alzate, battendole a tempo, cambiando per sempre la musica italiana. E se, fuori, questa nuova moda dei cantautori è più conservatrice che nostalgica è un po’ come nei palazzi del potere che salvano la forma e non la sostanza, l’uovo oggi, il passato da celebrare facendo finta che sia invece il domani. Che ipocrisia.</p>
<p>Noi e gli Africa Unite, al contrario, abbiamo scelto un’altra via. La strada del meticciato culturale e della battaglia quotidiana e del rimpianto da non ripetere. Babilonia c’è ancora ma anche quella poesia contrapposta che ci ha condotto di nuovo assieme. “Mi sembra sia un po’ tardi ormai per scegliere di chiudere la porta dei tuoi sensi”. Difatti sono passati 20 anni e siamo ancora qui.</p>
<p align="right">Stefano Cuzzocrea</p>
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		<title>Lettera ad un amico in forma di Mixtape</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2013 23:27:06 +0000</pubDate>
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<p><img class="size-medium wp-image-464 alignleft" alt="Patrick &quot;Pat Cosmo&quot; Benifei" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/01/patrick-300x225.jpg" width="300" height="225" />Credo di averlo conosciuto già dai tempi di Garigliano occupata, quando nel salotto ti poteva capitare di beccare Gruff a giocare con i primi modelli di Playstation, Aliosha vociare che la pasta era pronta nella cucina protetta da SantAntonio e Giuliano Palma sfogliare qualche rivista di moda sul divano. Con i Casino Royale io e molti della mia generazione (classe 1971) ci siamo cresciuti. Ho macinato chilometri su treni notturni che puzzavano tutti nello stesso modo, dormendo in stazioni improbabili o in posti occupati di ogni città, per andarmeli a sentire in ogni angolo di questo maledetto stivale. Ho invaso il loro backstage negli stadi, nei club, nei centri sociali e nelle masserie salentine. Una volta ho anche scritto una postfazione ad un bel libro che parlava di loro scritto da un ottimo avvocato calabrese, Francesco Sapone, che con me ha condiviso molte di quelle esperienze. Nella loro sintesi sonora riconosco l&#8217;energia di una visione. Nel loro percorso musicale trovo specchiato il mio: una negritudine atavica, un&#8217;attitudine punk che trova modi sempre nuovi e inaspettati per manifestarsi, una inscalfibile passione per l&#8217;età d&#8217;oro del suono giamaicano, l&#8217;orecchio sempre attento sulle mille rivoluzioni digitali… Poter comprare l&#8217;olio nuovo dal chitarrista della band, il mitico Pardo, è per me un piacere unico, come avere il privilegio di pregustare in anteprima le produzione del suo progetto collaterale e bassoso, in combutta con Alberto &#8220;Tuzzy&#8221; Tucci: Backwords. Ma pure farsi gli ascolti delle novità con il laptop nella camera d&#8217;hotel di Aliosha e Uxo è una di quelle cose che mi regalano una certa soddisfazione.</p>
<p>Ho amato anche Neffa, quando sulla spiaggia di Torre dell&#8217;Orso mi faceva sentire, su una C60, i versi alla Paolo Conte che diventavano rap luccicante (quelle bozze sarebbero diventate &#8220;Aspettando il sole&#8221;). Con i Messaggeri della Dopa e l&#8217;inizio della sua carriera solista ero ancora lì, appeso ai suoi versi da periferia campana.</p>
<p>Mi sono appassionato molto anche a quell&#8217;All Star Team passato su tanti palchi col nome di Bluebeaters. Adoravo l&#8217;umiltà di musicisti straordinari e stelle navigate del firmamento musicale italiano che si mettevano a fare cover clamorose solo per passione.</p>
<p>La costante di tutte questi amori giovanili in musica è l&#8217;occhialuto stiloso di cui sopra, Patrick Benifei aka Pat Cosmo aka Tapioca Battlefield, uno che, con le sue tante collaborazioni, ha saputo scrivere pagine fondamentali di un suono cruciale. Eppure, quando ci ceni insieme a casa di Macro Marco, con quelli di Skoolbwoy a stappare le bottiglie di birra e Ghemon a metterti fretta che il live sta cominciando, scopri che ha ancora l&#8217;entusiasmo ragazzino e l&#8217;orecchio curioso senza neanche un pelo.</p>
<p>Il suo nuovo progetto si chiama Tapioca Battlefield ed ha un EP fresco di stampa su Elastica, “Handclap Job”. È nato per gioco su un campo di battaglia dolcissimo, il tavolo della sua cucina, mentre si beccava sputi di tapioca dal piccolo pargoletto che ha messo al mondo con gioia. L&#8217;idea era di fare musica che potesse far ballare il bimbo e cantare la mamma. Ne è uscita una manciata di tracce da spellarsi le mani per gli applausi entusiasti.</p>
<p>Ve lo presentiamo con un mix esclusivo per Mixology, lungo e immersivo che, per me, vale più del suo guardaroba.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Andrea Mi</em></p>
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