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	<title>2bePOP &#187; Casino Royale</title>
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		<title>Subsonica @ Palalottomatica (Roma)</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2014 01:10:31 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2128" alt="sub2" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2014/11/sub2.jpg" width="1000" height="667" />Le dimensioni sono importanti? Quello dei Subsonica potrebbe essere scambiato per un concerto frequentato da femmine con le all stars, dunque qualcuna potrebbe dire che contano eccome, senza capirci un cazzo, e del resto la maggior parte di loro non sa chi sia Chuck Taylor. La verità è che si tratta di una grande band e anche cazzuta<span id="more-2126"></span>. L’unica, a dire il vero, tra quelle italiane, da meritare di riempire un palazzetto (tra l’altro con un biglietto economico e risorse energetiche ecosostenibili). Certo, il Palottomatica ha, ancora una volta, una qualità audio pessima, e quasi nulla può il prode e sodale fonico Cipo. Ma l’unica soluzione alternativa sarebbe quella di organizzare sette concerti di fila al Parco Della Musica, seguendo un po’ il vezzoso Prince e le sue date londinesi. Riusciranno i nostri eroi a rinunciare a tutto il sudore però? E soprattutto potrebbero fare a meno di un palco tanto coreografico? Stage a tre terrazze, dove Davide monta e suona tastiere su altrettanti livelli, tra molle, rotelle, carisma e quel tocco elettronico che fa tanto clubbing e li ha portati a stare ad oscillare tra disco e rock, senza quasi mai essere banali.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2129" alt="sub5" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2014/11/sub5.jpg" width="1000" height="667" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Luci pazzesche. Tra un balcone e l’altro, schermi lisergici stupiscono con effetti speciali e ultracolori, sebbene sia solo scienza e non fantascienza. Ma quando si spengono le luci, prima dell’inizio, e il buio avvolge le migliaia di persone, visti dall’alto, i quadranti illuminati di altrettanti telefonini sembrano disegnare il panorama che si scorgeva dall’astronave di Ian Solo in Guerre Stellari. Spaziale. Galattico. Segno dei tempi o forse solo ingordigia 2.0 che assume altre sembianze. Il bicchiere è mezzo pieno insomma e lo resterà fino in fondo. Suonano più di due ore, circa il doppio di ogni gruppucolo indie e di tanti altri colleghi che non ce l’hanno fatta ad uscire vivi dagli anni ’90. Non basta? Se le dimensioni contano la durata vale almeno il doppio. C’è amore. Questo è certo. E non si tratta solo di albechiare: c’è Isabella Ferrari a divertirsi in platea. E, guardando oltre le famigerate quote rosa, si vede pure una coppia inedita, formata da Piotta e Venditti, a godersi una performance magica almeno quanto la Roma. Volti noti insieme ad una moltitudine di altri volti. Tanti singoli in mezzo a qualche manciata di pezzi che non sono ancora passati in radio o su Mtv. Forse addirittura troppi singoli, se si vuole trovare una pecca. Ma se Nuova ossessione è scaduta come il latte fresco di qualche anno fa, Samuel la intona sommerso da tante di quelle voci ossessionate dal brano che tutto trova senso, e poi qualcuno dei fan ha davvero rinunciato alla tv, di questo si può essere certi: basta connettersi. Ed anche Liberi tutti, amata più per il messaggio che per il sound, almeno da chi è sensibile alla civiltà che avanza, introdotta da chitare morriconiane di un bridge tratto dal l’Eclissi, assume più finezza; “l’aria è più pesante che mai” canta lo sceriffo, prima di ribadire quel garantismo professato da tre lustri. Sono fuori dalle abitudini. Finanche Tutti i miei sbagli, in una riqualificazione rock semiacustica, nel bis finale, si scaglia contro la dozzinalità e lo stantio, e commuove ancora. È  un pezzo che ha portato la tossicodipendenza sul palco di Sanremo, fingendosi una storia d’amore, fra i fiori dell’Ariston. Chissà quante di queste ragazze con le all stars l’avranno dedicata ad un amore finito. C’è da ridere insomma. O almeno da sorridere.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2130" alt="sub3" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2014/11/sub3.jpg" width="1000" height="667" /></p>
<p>Onestamente bisognerebbe essere felici. Perché? Magari solo per vedere Max Casacci muoversi e suonare con la stessa autorevolezza e carisma di tanti suoi coetanei inglesi, venerati da decenni, che potrebbero essere stati i suoi miti adolescenziali e che adesso stanno lì, sulla stessa frequenza. Sempre più vicini. Forse è proprio da quel rivoluzionario album dei Casino Royale che questa storia ha inizio. È un po’ come dire coriandoli a natale. Tanto l’importante non è la caduta ma l’atterraggio. Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto più che bene. Un gande concerto insomma. Un pubblico smisurato. Una carriera che continua ad elevarsi a potenza. Le dimensioni in Italia sono sbagliate ma in questo caso contano eccome. Chi non lo capisce, allora, si merita tutta la dozzinalità dell’immobile panorama nazionalpopolare. I Subsonica stanno da un’altra parte e, a tratti, sembra che la loro Torino sia smisurata. Perché, se proprio un altro difetto va trovato, sta proprio nel loro non essersi mossi troppo da casa. E tu?</p>
<p align="right">Stefano Cuzzocrea</p>
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		<title>Pat Cosmo: Pharrell all&#8217;italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jun 2014 23:20:43 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter size-full wp-image-2083" alt="pat cosmo" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2014/06/pat-cosmo.jpg" width="960" height="960" />Dovremmo vergognarci? È davvero tanto duro ammettere che la nostra musicalità è basata sulla melodia?<span id="more-2079"></span> Gli americani, e gli afroamericani in particolare, hanno invece un senso del ritmo molto più spiccato. Peculiarità a parte, però, c’è da dire che il loro mercato discografico è smisurato rispetto al nostro, del resto è quello di un continente intero, mica di una scarpetta a metà strada tra Europa ed Africa.  Se non si tengono a mente queste basilari differenze, non si può certo comprendere quanto il nostro Pat Cosmo possa essere considerato il Pharrell italiano, in un universo pop fatto di rap e canzoni come di ritmo e melodia, di colonialismi vecchi e nuovi in antitesi con quella famosa rivoluzione che non sarà teletrasmessa. Giusto, Gil? È innanzitutto una questione di stile.</p>
<p>La storia inizia nel 1973. Quell’anno Kool And The Gang incidono Good Times, che è un po’ il progenitore di Happy, mentre Bob Marley registra Catch a Fire, l’album che consegna all’Inghilterra il reggae e rende il rock del terzo mondo sempre più vicino. Il 5 aprile di quell’anno nasce Pharell Williams e pochi mesi dopo, il 16 settembre per essere precisi, arriva sul pianeta Terra anche Patrick Benifei. Ci vorranno 20 anni prima che i due esordiscano nelle rispettive band e ne sono già passati altrettanti fino a quel qui ed ora dal quale si cerca di stabilire un contatto.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/5vdICTNO1Zk" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Com’è l’Italia del 1993? Tangentopoli vorrebbe segnare la fine della prima repubblica e invece diventa uno specchietto per le allodole che regala ciò che resta del Paese a calcio, mignotte e scommesse con la vita. Il movimento studentesco de La Pantera tenta di recuperare quel filo rosso che lega il dissenso politico a una generazione che segue la precedente e non ha mai smesso, forse, di essere costretta a sanguinare. È il punk ad aver aperto altre strade. Ed è ancora il punk ad aver regalato la musica e la lingua ad un popolo di ragazzi che hanno voglia di giocarsi il tutto per tutto. Intanto la miccia accesa da Marley con Catch A Fire ha innestato un ordigno che ha tinto il rock di nero e lo ska di bianco, oltre ad aver forgiato la techno come l’hip hop, tutti ingredienti che in questa saga hanno il loro ruolo da protagonisti, relegando tutti gli altri a semplici comparse in cerca di un destino da cambiare.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/SSmsJvWzVzM" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Patrick all’epoca studia pianoforte da un’insegnante, privatamente, e sostiene gli esami al conservatorio. Fa già sul serio insomma. Ha pure un gruppo, anzi una posse: “Sono un rapper mancato”, ci racconta, mentre fa una pausa, in un bar di Torino, prima di registrare la sua ennesima collaborazione in ambito hip hop. “Mi piace molto il rap come tipo di espressione, è un modello di comunicazione base, è molto popolare, nel senso che è accessibile a chiunque, è universale, è partito dal ghetto e poi è diventato di tutti, del resto è un mezzo che ha dato voce a chi non poteva averla, e a chi non aveva i soldi per uno studio di registrazione ha dato un’opportunità alternativa”, continua a spiegarci. Non a caso la vita di Pat Cosmo cambia proprio per via di un concerto hip hop e proprio nel 1993. Difatti, in una licenza dal servizio militare, dato che la naja è ancora obbligatoria all’epoca, come a quei tempi cantava Lou X, il giovane Benifei, appena ventenne, parte per Milano e Luca, un suo amico col quale deve andare allo show di Paris, lo porta in uno squat. Tra gli abitanti c’è Alioscia, una delle due voci dei Casino Royale (l’altra è Giuliano Palma). Pat non conosce la band ma fortuna vuole che inizia a farne parte quasi immediatamente, mentre il gruppo lascia l’inglese e il two tone per cambiare i connotati della musica italiana in maniera inequivocabile e irreversibile.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/okS8XtdgJIo" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>“Ho iniziato a suonare le tastiere con loro nell’ultima parte del tour nel quale portavano in giro “Dainamaita, poi siamo entrati in studio per registrare “Sempre più Vicini”, ci riassume, ricostruendo la vicenda più sapida ed ibrida della cultura contemporanea meneghina. Tra le case occupate di via Garigliano e via Della Pergola, lì a Milano e in quel periodo, vivono e si muovono, oltre a Pat ed Alioscia, un’infinità di artisti, pensatori e musicisti, tra i quali Claudio Sinatti, Alessio Manna e Dj Gruff. L’hip hop è il nuovo punk e chi era costretto a sanguinare ha nuove cicatrici a base di inchiostro grazie alla mano di Paolino. Un periodo indelebile. “Sento la mancanza di fare i dischi come si facevano una volta, c’erano altri budget, si stava un mese intero all’estero per registrare, girando per i negozi di dischi e nei club, respirando ed inspirando tutto quello che finiva tra i solchi del vinile, e già prima si stava in campagna a fare i provini, in più tutto questo lo si faceva assieme, si viveva insieme; adesso si incide tutto in un attimo col computer, il campionamento ha modificato i processi di lavorazione, ma il ricordo dell’Orionoco studio di Londra mi fa ancora venire la pelle d’oca”. Non sono state solo gioie però. Se si chiede a Patrick quale sia stato il momento peggiore della sua vita non ha dubbi: “Il periodo in cui ci siamo sciolti: il sentimento che ho provato è come  quello che ti distrugge quando finisce un matrimonio; avevamo suonato con gli U2,  scelti da loro per aprire il tour italiano, eravamo al top della forma e invece, improvvisamente è scoppiato tutto; sono dovuto tornare a casa dei miei per riprendermi, avevo perso tutto. Lo scisma tra Giuliano e Alioscia non ha lasciato in piedi la famiglia. “Testa contro testa ed io stavo nel mezzo, non potevo scegliere tra un fratello e un altro”, ci racconta ancora Patrick, mandando giù il sorso più amaro,  quasi venti anni dopo, poco lontano da quella Milano dal doppio standard, ma ancora più vicino.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/WNCfUa6VK_k" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Adesso, il suo coefficiente è massimo. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Con i Casino ha fatto pace già dai tempi di “Reale”. Quando sono tornato con loro è stato perché quella cosa mi mancava, era un’altra dimensione rispetto al resto”. E se ci si domanda quale sia il resto, allora si ignora una bella fetta di rock, reggae e rap italiano degli ultimi 20 anni. Le collaborazioni di Patrick sono un’infinità, dai La Crus a Dj Gruff, passando per la band che porta in giro Neffa, i Regga e National Ticket ed anche la loro mutazione chiamata Smoke, dai quali viene fuori la carriera di Nina Zilli se vogliamo, senza contare il Patrick membro stabile degli Africa Unite, tutte le sue numerosissime collaborazioni in ambito hip hop, particolare questo che lo rende ancora più vicino a quel Pharrell di cui sopra.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/NFIV9eWA3EY" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Ma c’è dell’altro, ovvero i BlueBeaters, prima di ogni altra cosa. Inizia a far parte del gruppo già negli anni zero e ne esce perché “annoiato dal fatto che eravamo fermi da troppo e quando sono ripartiti ero impegnato a suonare altrove e a comporre un disco per Tricarico, in più l’idea di fare le cover di vecchi successi italiani non mi alletta troppo”; adesso però ne è diventato la voce principale, dopo che Giuliano Palma ha preferito la carriera solista. “Ci siamo reinventati un po’ di volte, tant’è che sono rientrato da tastierista ed ora che è tornato anche Peter Truffa sono il cantante; all’inizio ero preso dalla timidezza, poi è andata  progressivamente sempre meglio: sto imparando ad affrontare il palco da un’altra angolazione e mi piace un sacco, difatti pare che negli show io sorrida molto e la gente percepisca il mio entusiasmo”. Assieme a loro pare stia registrando un intero album, anche se al momento hanno inciso solo un singolo, in studio con Max Casacci: si tratta della loro versione della Toxic di Britneyana memoria. Ma le novità non si faranno attendere: “Io ed un po’ di altra gente stiamo scrivendo dei pezzi, questa volta i BlueBeaters non si limiteranno alle cover”.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/HUIwBDUM3aE" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Ecco il passaggio fondamentale. È solo negli ultimi tempi difatti che Pat Cosmo ha preso consapevolezza della sua voce. La sua carriera, in sostanza, sembra essere spiegata dai titoli di due album, i primi due, della band di Pharrell, i N.E.R.D., ovvero “In Search Of” e “Fly Or Die. E, paradossalmente, tra i promotori di questa seconda fase, quella del volo, c’è Ron: “Non sono andato in tour con lui perché è stato uno di quelli che mi hanno convinto a cantare, dunque mi ha dato coraggio, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Se per Williams questo ruolo lo ha avuto Teddy Riley per Pat Cosmo c’è voluto Rosalino Cellamare, ma lo abbiamo detto all’inizio che l’Italia non è l’America e del resto Carosone ha dedicato a questo tema e a Renzo Arbore la sua canzone più celebre. Ecco, se Patrcick invece che con Ron fosse andato a Sanremo con The Bloody Beetroots, la similitudine con i Daft Punk e Pharrell sarebbe stata grottesca, ma per fortuna loro hanno scelto Gualazzi. Le vie del Get Lucky sono infinite insomma. Tant’è che dal palco dell’Ariston il signor Benifei è tornato con ben altre consapevolezze: “Chiunque, dietro le quinte, mi ha detto che CRX gli ha cambiato la vita o che almeno lo ha spinto a comprare il campionatore”.</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
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		<title>Backwords: una lunga intervista e un secondo ep intitolato solo &#8220;Due&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Dec 2013 17:03:47 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_1964" style="width: 1034px" class="wp-caption aligncenter"><img class="size-large wp-image-1964" alt="foto di Van Mossevelde" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/12/BW_mic-1024x683.jpg" width="1024" height="683" /><p class="wp-caption-text">foto di Van Mossevelde</p></div>
<p>Non c’è futuro. Sembra questa la paura umana più nota. E poi di questi tempi pare addirittura una mannaia sospesa sul collo di noi tutti. Eppure chi si è nutrito del passato ha con sé riserve per affrontare anche questo inverno delle speranze. Pardo lo fa. Il buon vecchio Michele è un intenditore fin dai tempi dei suoi Casino Royale. Proprio oggi sforna, assieme a Tuzzy, su Elastica,  il secondo ep pubblicato sotto la sigla Backwords<span id="more-1963"></span>.</p>
<p>Si intitola “Due”. Uscendo fuori dal restrittivo concetto di scansione temporale ancorata al concetto di kronos, il progetto afferra le proprie radici e le pianta in un quel giardino fiorito che secondo loro è ancora l’adesso. “È  cambiato il mercato e le economie, sono cambiati gli strumenti e la produzione; non serve più avere molto denaro per produrre musica di ottimo livello tecnico: basta un laptop, ma questo non coincide per forza con la qualità dei contenuti. Il racconto, l’idea, l’immaginario rimangono la parte più importante e difficile della musica e spesso coincidono, nei miei gusti, con una stupefacente semplicità”, ci racconta proprio lui riassumendo ovvietà della nuova era e rare visioni di una nitidezza che sa ancora infrangere le frontiere della dozzinalità.</p>
<p>Il sound è minimale. Asciutto ma gonfio di bassi. Ed è proprio in quel suono cupo che si accorda e appoggia a cassa e rullante che questo nuovo nato si riannoda alla storia che ha condotto il suo autore, elevato a potenza, fino a qui. Il rimando è a quel 97, adesso ancora più vicino. “È inevitabile pensarlo e forse non lo confinerei al solo suono del basso: Due utilizza lo stesso approccio alla scrittura di allora. Ho cercato, anche qui, di fissare dentro queste registrazioni quello che mi stava sopra la testa, di riordinare i suoni che ho collezionato nei miei ascolti (e non solo) e di raccontarlo con un alfabeto minimale”, confessa Michele confermando le nostre impressioni e rimettendo mano ad un album seminale di due decenni fa. E a quanto pare non siamo gli unici ad avvertire questo cordone ombelicale: “Alessio Manna mi dice che Backwords suona molto come un CRX denudato e senza parole, e mi ci ritrovo; e, comunque, abbasso la nostalgia sempre, difatti io e Manna ci siamo ritrovati e insieme stiamo producendo la sua prossima uscita come Black Job”, ci anticipa sempre lui, mentre ascoltiamo in anteprima le tracce di questo secondo disco spaziale.</p>
<p>Il singolo è emblematico ma non esaustivo. Si avvertono solo alcune delle componenti essenziali di Due, a dire il vero, ma il video, girato da un Pardo anche videomaker, sancisce che è lui il regista di una marea di episodi chiave di questa lunga saga. “Ho realizzato Il video di Tract usando riprese che ho collezionato nel tempo (con camere diverse e svariati supporti), insomma ho costruito un piccolo archivio di suggestioni che utilizzo proprio come quando si usa una libreria di suoni o di campioni. Del resto, i software di montaggio sono esattamente comparabili ai software per fare musica: una time line che scorre a tempo e su cui si possono appoggiare in questo caso sequenze video. L’estetica che governa questi procedimenti è, nella mia testa, esattamente sovrapponibile al mio modo di fare e comporre musica”.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/zeUltEwxqpM" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Ecco il punto: mentre i Casino Royale componevano le vie di fuga del rock italiano verso il pop, rendendoli entrambi contenitori onnivori, Michele, la leggenda vuole, si impegnava oltre che a suonare anche a seguire i loro altisonanti produttori, attentamente, per carpirne i segreti. “Beh, dentro i Casino sono sempre stato l’uomo dei bottoni, più per vocazione che altro. La mia curiosità nel conoscere il funzionamento delle macchine (campionatori, midi, synth etc…) coincide con il piacere che ne traggo nel venirne a capo. Mi salvano poi una certa indolenza e mancanza di costanza, che mi fanno rimanere in un limbo semi-professionale e che mi serve per usare/piegare questi tools al fine di arrivare a qualcos’altro, a quell’estetica che inseguo nella composizione. Dai produttori ho imparato che non c’e’ una regola, quindi ho imparato tutto e nulla; rimane la convinzione che sta tutto nel non perdere il tuo punto di vista, e non è facile”.</p>
<p>Ma non è giusto fraintendere tutto il discorso: sebbene nel progetto Backwords ci siano le pregresse vicende dei Casino Royale, alti e soprattutto bassi compresi, Due ha la freschezza futuribile che sa distanziarsi anche da un passato tanto corposo e importante. Semmai il legato con l’antichità lo trova in un rapporto discendente con l’Africa, sebbene vincolato alle care vecchie ottave europee e del nuovo mondo. “Sì, è un progetto nuovo, senza compromessi (mi tolgo dalle scatole tutta una serie di preoccupazioni, di orizzonti esteri o nostrani). Quando Tuzzy mi ha cercato con l’idea di fare musica per la sua neonata Elastica, la sua idea era di riconnettere il mondo musicale con cui era cresciuto coniugandolo alle nuove tendenze. Abbiamo iniziato subito a scrivere e buttare giù idee, ma abbiamo sempre tentennato. Ci è voluto un percorso più lungo per fissare delle coordinate sonore con un carattere solido, ed ora ci siamo. La sensazione che sto avendo è che il momento della sperimentazione sia questo, quello che stiamo vivendo; penso a produttori come Flying Lotus, a etichette come L.I.E.S. Records: piccole realtà che fanno breccia essenzialmente con la qualità. Le regole del mercato vacillano, è il momento del verace. Una fascinazione per il suono delle registrazioni africane la subisco e la uso. Diciamo anche che ho voluto inserire questo colore dentro tutti i pezzi del nostro secondo ep, come una sorta di marchio. Ma riconosco che sono molto collegate al sound più che al rimando alla cultura musicale africana. Devo confessare che spesso mi capita di rimanere affascinato dal suono di Radio Maria, registrazioni fatte con apparecchi desueti ma di assoluta qualità. Poi ovviamente rimango inorridito dal messaggio e dai contenuti. Forse lo userò nel futuro come un dadaista”.</p>
<p>Ed eccolo l’adesso. Ecco ancora il passato che per assurdo può diventare futuro per analogie e transistor per poi digitalizzarti in file compressi e idee di tutt’altro avviso. Sembrano frasi senza senso eppure descrivono bene questo concetto di realtà che le risposte di Pardo mettono, con fare didascalico, sotto queste nuovi brani. Di brani del resto si tratta e non di canzoni: “I cantati sono fonte di problemi, non sono un grande melodista e la voce narrante potrebbe essere un elemento di distrazione per quello che stiamo cercando di raccontare ora. Forse sarebbe anche difficile trovare un interprete adatto al momento; di Alan Vega ce n’è uno solo d’altronde”.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/3rxLWD7nkd0" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>E se ora tutto sembra chiaro, restano però un paio di dubbi. Il primo è legato ai live: non si risolveranno mica in una serie di riproduzioni seriali? “Non ci è capitato molto di suonare dal vivo, se non 5/6 volte, ed ogni performance è stata diversa: nuovi approcci, nuove scalette, etc. Siamo stati sempre in bilico fra un dj set e l’ormai consueto live set. Ora stiamo studiando uno show che utilizzi come parte integrante anche dei visuals e degli interventi, chiamiamoli, di registrazione live, come succede in studio: si registra un’improvvisazione e la si trasforma immediatamente in un loop, o qualcosa del genere, e poi  lo si inserisce immediatamente nella texture sonora”.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="//www.youtube.com/embed/dPadCTkCC2Y" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>L’altra perplessità è più filosofica e si lega a quel famoso “tutto e il contrario di tutto” che sembra ancora ispirare l’intera saga: dentro questo secondo capitolo di Backwods c’è dunque più istinto o più dedizione? “Un po’ tutti e due: da una parte un processo di riappropriazione, un ri-riconoscersi dentro quell’approccio che raccontavo prima, e dall’altra, di conseguenza, è anche un percorso premeditato. La dedizione invece fa parte del processo tecnico di finalizzazione, mixaggio, master etc. e deve essere dosata con saggezza per non corrompere l’istinto”.</p>
<p>A questo punto, lasciata in un angolo la nostalgia, ragionando ancora per ossimori e ricostruendo il futuro guadando il passato, torna in mente il Decalogo di Royality: dieci comandamenti che alla fine dei ’90 tentavano di dettare nuove regole ad un mercato discografico stantio. Oggi quelle regole sono le dinamiche normali di un mondo che è più vecchio di 20 anni e che non sa dire grazie a chi lo aveva descritto prima che la realtà si adeguasse al sogno di qualche visionario casinista. “Sì, il decalogo di CR, seppure si trattasse di una vera provocazione (e sta di fatto che poi con una major ci siamo ricapitati), era nutrito dalla nostra insoddisfazione nel trovarci dentro un mercato discografico che stava sbagliando rotta, un Titanic che stava palesemente andando contro un iceberg. I marinai, insieme ad ufficiali e comandanti, ben lo sapevano ma, per ignoranza o forse ancor peggio per pigrizia, hanno lasciato che succedesse. È mancata la fiducia negli artisti e gli artisti hanno perso fiducia in se stessi e nel ruolo che dovrebbero giocare dentro questa partita”.</p>
<p>Ed eccolo sul finale un po’ di pessimismo. Ecco il timore umano del quale si parlava all’inizio. Ecco il futuro tetro e incerto che pare inghiottire le speranze. Un attimo di sconforto capita anche agli eroi. È normale. Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Ci vediamo di là?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Stefano Cuzzocrea</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il secondo volume di Mixology</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jun 2013 15:22:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il moto è circolare. Che si creda al karma, al vortice della passione o al vinile come disco ...<a href="https://www.2bepop.it/mixology-0002/" class="read-more">Continue Reading</a></p><p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.2bepop.it/mixology-0002/">Il secondo volume di Mixology</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.2bepop.it">2bePOP</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-1531" alt="mixology" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/06/mixology.jpg" width="709" height="709" />Il moto è circolare. Che si creda al karma, al vortice della passione o al vinile come disco volante e non come cimelio hipster, per noi, insomma, il viaggio continua<span id="more-1530"></span>. E se dico noi è perché c’è una famiglia allargata che ci lega ad una linea temporale che con il kronos ha a che fare solo per via della contemporaneità. La nostra scansione è un’altra: abbiamo una sveglia appesa al collo come Flavor e il buongusto per affermare che rifaremmo la figura dei tribali pur di ritrovarci qui assieme. Siamo dei creduloni? A dire il vero, magari, sospettiamo di grossi complotti politici internazionali, ma questa è un’altra storia. Ci siamo lasciati alle spalle il certificato elettorale e abbiamo deciso di cambiare il mondo in un’altra maniera.</p>
<p>Dj, produttori, promoters, illustratori, grafici, giornalisti, conduttori radiofonici, comunicatori, creativi, gente alla quale poi, magari, non concedono un muto, sì, ma il problem solving non è una cosa che si aggiunge sul curriculum per allungarlo: i nostri avrebbero già tanti capitoli tra l’altro. Ci muove un battito comune. Ci sono i bpm a darci il cardio-sincrono e a connetterci con il mondo.</p>
<p>Fratelli, come si dice nelle strade di Harlem, del Pigneto o di via Popilia; non a caso quando nasce un figlio a qualcuno di noi è un nipotino. Bravi ragazzi? Certo, e non nell’accezione cinematografica. Alimentiamo la strada e la strada ci alimenta ma è una street life che discende dai Crusaders e non da certi club o dalle madonnine. L’errore pare sia stato quello di immaginarci strade differenti e l’errore è spesso fonte di genialità.</p>
<p>Ogni giorno ci ripetiamo il solito mantra: “non siamo ancora fottuti, non siamo ancora fottuti”. Ci ritroviamo sotto i palchi, nelle chat, tra le colonne di giornali che compriamo solo noi e su link come questo o questi.</p>
<p>Fuori i nomi? Ne farò uno solo: Andrea Mi; tanto ci pensa lui ad accusare i compagni. Tranquilli: ha fatto un buon asilo e fa ancora scuola, tant’è che in questa sede stiamo celebrando le nuove avventure del suo primogenito, che non è più il suo figlio prediletto da poco più di un anno. Da quando è nato il piccolo Milo, il nostro Andrea, invece che frenarsi ha aumentato il voltaggio però. Difatti quella che era una trasmissione radiofonica, in onda su PopolareNetwork-Controradio, si è tramutata in un brand. Ok, negli anni ci aveva viziato, partendo dall’hip hop e dal funk per seguirne e spiegarne le evoluzioni, intervistando e facendo comporre mix esclusivi a gente come Don Letts, Cooly G, Africa Bambata, Lory D e una marea di altre onde anomale; spingendo, inoltre, nell’etere nomi nuovi del sottobosco e facendoli uscire dalla Rete per portarli a suonare nei club e nei festival. Il Mixology Showcase, papà Mi, lo ha portato al MIT, allo Streamfest di Lecce e all&#8217;Homework di Bologna. E il viaggio continua.</p>
<p>Il 2013 è l’anno della nuova odissea e di un ennesimo spazio. Prima esce Mixology 0001 e adesso ecco anche il secondo volume. Sono due compilation che regala dal suo sito (<a href="http://www.andreami.com">www.andreami.com</a>) con dentro tutti artisti nuovi, in bilico tra la dance e l’elettronica di varia tipologia, alla faccia di chi crede che lo scouting lo facciano i talent show. Un altro mondo e un altro modo sono ancora possibili insomma.</p>
<p>Per orientarsi in questa giungla di vibre nascenti e nasciture basta seguire le tracce. Hit esclusive firmate da produttori appartenenti alla scena elettronica italiana, alcuni dei quali alle prese con collaborazioni internazionali. Emergenti, ma anche storici protagonisti della musica indipendente, come il chitarrista di <b>Casino Royale</b>, Michele ‘Pardo’ Pauli, che si nasconde dietro l’alias Backwords e il tastierista della stessa band, Patrick Benifei, con il suo Tapioca Battlefield. L’itinerario va &#8216;From Dub to Club… in the mix&#8217;, come recita il sottotitolo di Mixology. E questa pare essere la nostra era. Ci vediamo e ci sentiamo lungo l&#8217;aion&#8230;</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe src="https://w.soundcloud.com/player/?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F5939552" height="450" width="100%" frameborder="no" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>Nto&#8217;: l&#8217;intervista</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 12:46:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Passano gli anni. Sembra distante già tanto il boom mediatico di Scampia e i primi timidi passi di ...<a href="https://www.2bepop.it/nto-intervista/" class="read-more">Continue Reading</a></p><p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.2bepop.it/nto-intervista/">Nto&#8217;: l&#8217;intervista</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.2bepop.it">2bePOP</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="" src="http://www.myhiphop.it/wp-content/uploads/2013/03/29620_485472161493625_1033567595_n.jpg" width="720" height="451" />Passano gli anni. Sembra distante già tanto il boom mediatico di Scampia e i primi timidi passi di Roberto Saviano. L’amore forse diventa odio troppo spesso nel gioco dei sentimenti. Ma l’odio può anche lui diventare amore?<span id="more-1450"></span></p>
<p>In certe cose non c’è reciprocità forse. Però gli estremi di questa contrapposizione di forze sono attraversati da un’unica energia: la passione. Il resto è solo coraggio o, come ha voluto titolare Nto il suo primo album solista, “Coraggio impossibile”.</p>
<p>Lui è la metà esatta dei Co’Sang, un duo rap o, forse addirittura hip hop se qualche autistico b-boy dovesse concedergli l’onore. E oggi, anche da solo, va all’attacco lo stesso. La prima domanda che gli facciamo è, difatti, un attacco frontale: siamo partiti dal battesimo e lui ha ribadito che invece il suo disco è una sorta di estrema unzione: “Per me coraggio impossibile è inteso innanzitutto come concetto finale”, risponde fiero, spiegando di come sia in realtà “il bene che viene trovato appunto dopo la ricerca di questo particolare tipo di coraggio; e ha a che fare anche con la mia situazione attuale, cioè a partire dallo scioglimento di un gruppo e dal mettersi in gioco da capo”.</p>
<p>Cosa è successo prima? Nel passato più recente c’è la scissione: “Il nostro duo si è sciolto per una scelta artistica di Luca, in primis quella di non volere più fare rap in napoletano; da quel momento abbiamo cercato di assestarci, ma partendo da una virata così forte ci siamo trovati davanti a non pochi problemi, e quindi ognuno ha deciso che cosa voleva essere da lì in poi”. Una diatriba che parte da un concetto linguistico, una cosa non da poco, almeno per loro, tanto che Nto ribadisce la sua attitudine con una fierezza che ne chiarisce la valenza semiotica: “Per me il dialetto è importante, non ho mai pensato di abbandonarlo, sarebbe come se una band decidesse improvvisamente di cambiare totalmente genere musicale”.</p>
<p>Orgoglio napoletano? Bisogna tornare indietro per capire cosa sia successo, bisogna tornare, almeno, al rapporto con il loro quartiere, Scampia, e con Saviano, un rapporto di amore ed odio per alcuni, o più probabilmente fatto di equilibri violati da terzi incomodi. “Io e Roberto siamo sempre stati amici e tra l’altro il primo album dei Co’Sang è uscito quasi in contemporanea con Gomorra. Ci è stato semplicemente un momento di poca chiarezza: noi abbiamo sentito di dire la nostra, perché avevamo constatato un certo attacco frontale mentre ci sarebbe voluto un approccio diverso dalla violenza mediatica, il problema forse doveva essere analizzato in maniera diversa. Adesso, Saviano ha anche pubblicato sulla sua bacheca di Facebook il nostro pezzo quindi con lui non ho nessun problema. Noi semplicemente in quel momento abbiamo voluto dire la nostra su come veniva affrontato il problema”. Quello di Nto è un gioco di parole per il quale chi vuole intendere intenda. Resta una verità contemporanea però: i problemi li crea la tv e li risolvono i social network, un’affermazione che se pure pare uscita dal manuale del perfetto grillino riporta la mediaticità fuori dai centri di potere classici e li riconnette ai rapporti personali, anzi all’interattività tra individui.</p>
<p>Come resta fermo il fatto che i Co’Sang, non per loro volontà ovviamente, siano diventati appetibili, proprio in quel periodo, a televisioni e giornali proprio in virtù dei problemi del loro quartiere, Scampia, avendo la possibilità di raccontare certi fatti senza bisogno di mediazioni; riallacciandosi al concetto di rap come Cnn della strada coniato dai Public Enemy dieci anni prima insomma. Il magazine Rolling Stone, in quel boom di camorra, Gomorra e camurrie gli ha accesso, allora, i riflettori addosso, mandando ad intervistarli due cronisti da strada molto in linea con Chuck D: Alioscia dei Casino Royale e Dee Mo, uno dei pionieri dell’hip hop italiano. “Da là è nato un confronto, oltre che una vera amicizia, e un bel rapporto di scambio musicale e artistico”, ricorda Nto, che ascoltava i loro dischi e si è oggi trovato ad avere i Casino Royale sul suo: “È stata una collaborazione che si è sviluppata in modo molto naturale”.</p>
<p>E non è l’unico meeting culturale divenuto musica all’interno del suo Coraggio impossibile: “Sono molto contento della collaborazione con Enzo Avitabile, lui ha fatto da supporto addirittura ad un tour di James Brown in Italia; “Enzo Avitabile Music Life”, il film su di lui, è stato proiettato anche alla mostra internazionale del cinema di Venezia, come film inaugurale non in concorso, con tanto di ben otto minuti di standing ovation. Per me è un artista che merita successo e sono contento che il tributo cinematografico gli sia arrivato direttamente da New York”.</p>
<p>Ancora Napoli quindi, una città che si sta svegliando, soprattutto in ambito hip hop: “Si è trovata un po’ di consapevolezza nel dover remare nella stessa direzione; Napoli è sempre stato un centro di energia, ma se nessuno gli dà visibilità le cose non vengono alla luce. Noi abbiamo un grandissimo laboratorio, che però appena arriva ad un certo livello si ferma perché non riesce ad allargare la sua sfera di diffusione. Adesso, forse si sta tentando di fare un bel gioco di squadra”.</p>
<p>Sarà merito anche del rinnovato business del rap in italiano? Il momento è florido, però il rischio è che si premino solo dischi e m.c. fatti in copia carbone e Nto non è assolutamente tra questi. “In effetti si rischia di cadere un po’ nell’omologazione, ma è in queste trappole che entra in gioco il ruolo dell’artista e cioè il trovare soluzioni nuove all’interno di forme conosciute, in questo caso il rap. Io cerco di fare questo. Un concetto di ricerca che ho sviluppato negli anni, ed anche una propensione che ho sempre avuto. L’offerta è molto ampia, quindi anche dal punto di vista del mercato è necessario diversificarla. Questo è più un consiglio che un giudizio sul rap attuale” tiene a precisarci.</p>
<p>Insomma, Nto ha imparato a muoversi bene nei discorsi di microeconomia, trovando un ambito certamente meno stigmatizzante della microcriminalità adolescenziale della quale parla diffusamente nei suoi testi. “Io credo nella poesia che diventa denuncia. È quello che ho cercato sempre di fare, le canzoni sono questo. Credo che il modo di dire le cose debba essere meno diretto possibile, ci deve essere l’elemento fantastico a fornire una dimensione poetica al testo; ritengo che l’originalità derivi dalla tecnica: se hai una tecnica che ti distingue dagli altri è questa la tua forza”.</p>
<p>Ecco, la sua forza è quella di continuare a cantare Napoli. In questo suo primo album lo si sente addirittura nelle melodie, ma se gli si dà del neomelodico mette subito i puntini sulle i: “Io in realtà mi rifaccio alla melodia classica che ha portato la canzone italiana nel mondo, il genere neomelodico è un’altra cosa”. Difatti il suo nuovo sound sembra un compromesso tra matrice black e musicalità partenopea. Del resto lui dell’idea di compromesso ha una visione molto chiara: “Non ha un’accezione solo negativa, il compromesso lo si accetta quotidianamente, è il vivere sociale; se lo si estremizza diventa repressione, servilismo, ma quando viene usato nelle misure giuste fa parte della nostra vita, sta alla base della convivenza”.</p>
<p>Una visone schietta e che non fa una grinza. Anche perché, senza correre il rischio di prendersi per il culo o di essere stati presi per il culo dai media, a Scampia il compromesso ti salva la vita. Non dev’essere stato facile crescere là, tant’è che secondo Nto è solo “l’infanzia il periodo della vita che si può descrivere come il momento in cui ci sono meno compromessi da sopportare”. Poi, aggiungiamo noi e senza bisogno di riferire il discorso ad un qualsiasi ghetto, ci si deve per forza sporcare le mani un po’.</p>
<p>Non a caso la vita di un giovane di Scampia è tale e quale a quella di un ragazzo qualunque. Cosa sogna? “Una famiglia tutta mia. È la cosa che desidererei di più. Forse anche per via della perdita di mio padre”. E già ci si immagina la favolosa scritta ‘e vissero tutti felici e contenti’ e sullo sfondo le vele, quelle stesse vele che lo hanno condotto fino a qui, navigando attraverso la merda di un quotidiano che gioca con i compromessi, con la musica, con l’amore e con l’odio. Con la vita insomma…</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
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		<title>L&#8217;intervista agli Esperanza</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 15:51:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>È una questione di prospettive. Si sarebbe potuto iniziare ribadendo che tutto il mondo è paese ma non ...<a href="https://www.2bepop.it/lintervista-agli-esperanza/" class="read-more">Continue Reading</a></p><p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.2bepop.it/lintervista-agli-esperanza/">L&#8217;intervista agli Esperanza</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.2bepop.it">2bePOP</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-1415" alt="foto di Mattia Buffoli" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/05/esperanza1-1024x682.jpg" width="1024" height="682" />È una questione di prospettive. Si sarebbe potuto iniziare ribadendo che tutto il mondo è paese ma non è così<span id="more-1414"></span>. Milano, per quanto l’appellativo di metropoli gli si addica per il primato delle linee metro e poco altro, ha le stesse dinamiche di tutto il resto d’Italia, piccoli centri compresi. Il resto è una questione di dimensioni, come direbbe una femminuccia che conosce più letti che posizioni (giusto per non offendere la categoria e il rapporto con l’intimità corporea) o che non ha compreso, semplicemente, la differenza tra un pene e un braccio. E poi, di quanto sia avanti il capoluogo lombardo si è già detto in questa sede parlando di Elita e del Design Week. È proprio lì e allora che si è svolta questa chiacchierata con gli Esperanza.</p>
<p>Che band, wow. Ogni città ha il gruppo che si merita e il terzetto sintetizza benissimo pregi e difetti di quella che è, per antonomasia, la capitale italiana del business e, quindi, anche di quello musicale.  I curricula contano. E infatti Matteo Lavagna era parte dell’epoca più bella dei Disco Drive, band di culto e seminale di quello che viene indicato come il fenomeno indie partito negli anni zero e poi regredito in frantumazioni di una attimo cantautorale che passerà. È uno che non ci è cascato in sostanza. Con lui c’è Carlo Alberto Dall&#8217;Amico, in arte Cècile, uno dei fenomeni della nuova italo disco o come l’ha definita Gomma, facendo riecheggiare l’esordio della techno detroitiana, the new italian house. Un genietto. Non a caso è proprio la stessa label tedesca a dare i natali a questo terzetto in odor di navigli. Sì, terzetto, perché con loro c’è anche Sergio Maggioni, ex Hot Gossip e chitarrista capace di suonare ispirazioni di Santana e degli Iron Maiden in contesti sminuzzati e riequalizzati ad hoc, un po’ come si fa in genere con il campionamento.</p>
<p>È proprio lui che ci dà il benvenuto. Sono tutti stanchi, non solo perché è l’ultimo giorno del festival ma, soprattutto, per via di un tour di tre date, partito da Milano e approdato poi a Roma e Pescara, sempre sulle ali della Red Bull. È stata proprio questa bibita a dargli l’energia necessaria a calcare il palco del prestigioso Sonar due anni fa, ai primordi della carriera. Perché anche nella città del business le pastette contano.</p>
<p>Certo, l’energy drink per eccellenza ha costruito il nuovo panorama della musica internazionale, fornendo spunti, corsi didattici, finanziamenti e investimenti che guardano al talento e alla professionalità e non alle clientele. Basta dire che quella basilare esperienza chiamata Homegroove era gestita qui in Italia, per loro, da Alioscia, il leader dei Casino Royale, l’unica vera band milanese capace di poter essere paragonata ai colleghi esteri (i Bluvertigo erano di Monza), ed oggi padrino degli Esperanza, il primo dei loro fan, in un passaggio di testimone che fa confluire le epoche in quelli che la fisica chiama vasi comunicanti.</p>
<p>“Italia per noi è giusto un rodaggio, miriamo più ad avere una visibilità all’estero”, ci racconta Matteo, che è un po’ il portavoce del gruppo. “A Milano c’è tanta gente che fa un mare di cose, ciò non vuol dire che esista una scena”. Difatti lui e Carlo vivono da qualche mese a Berlino. Hanno fatto bene. E poi tutti, prima o poi migrano verso nord, come si diceva all’inizio è solo una questione di prospettive. Il fatto è che Milano ha sempre avuto un confronto ottimo e privilegiato con tutto ciò che viene da fuori confine, una sorta di esterofilia che soffre di vertigini.</p>
<p>A loro due, comunque, partire è servito per raccogliere le idee. “Avevamo bisogno di tempo da dedicare alla scrittura”, rispondono quasi all’unisono. E sono molte le affermazioni quasi corali che caratterizzano la conversazione. Un’altra riguarda i testi: “Per scriverne bisogna avere qualcosa da dire”. Che gli faccia paura esporsi? Sergio, a dire il vero, ha scritto addirittura qualcosa in Italiano: “Non disdegniamo affatto il poter cantare nella nostra lingua e il cantare in generale” ribadisce Matteo denotando una distanza dai dogmi dell’hypsteria indie del Belpaese. Bravi, ma questo si è già detto, e davvero indipendenti dalle prassi degenerate e preconcette a quanto pare. Difatti cercano prospettive più ampie. “Il confronto è basilare”, secondo Carlo, e dunque meglio sentire più voci e in più lingue.</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-1416" alt="foto di Mattia Buffoli" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/05/esperanza2-1024x682.jpg" width="1024" height="682" /></p>
<p>A fargli venire la voglia di cantare ci ha pensato Jassie.  Jesse Boykins è diventato una sorta di quarto Esperanza: li ha sentiti al Sonar e da allora ha compreso che alla band mancava un leader, anzi un cantante, perché come leader Matteo sembra funzioni benone in ambito pratico. Si è quindi dedicato a loro ed è stato il cooprotagonista di questo piccolo tour di tre date. A tratti gli ha rubato la scena. A tratti si è limitato a fare pezzi che di innovativo hanno solo la vicinanza con D’Angelo e il nu-soul, si potrebbe sollevare con sarcasmo. Ma il trio ci tranquillizza: “Nel nuovo disco canterà solo uno o due pezzi, uno di sicuro: è quello che abbiamo fatto nei live, non ha un titolo ma lui lo chiama One more gin”. Menomale, viene da dire, anche perché ricorda parecchio il nome di un pezzo di Criss Brown, e questo può anche bastare. Del resto non si può avere tutto dalla vita e gli addominali sono già molto, avrebbe potuto suggerie Costantino Vitagliano.</p>
<p>Loro non ci sarebbero mai cascati: gli Esperanza, proprio in merito a questo atteso secondo album, hanno ottime intuizioni. La prima? “La necessità di un direttore artistico; ci sarebbe un’idea che potrebbe concretizzarsi ma per scaramanzia non facciamo nomi”. Che si tratti di Caribou? Che si siano fatti ispirare dall’intellettualismo psichedelico canadese non ne hanno mai fatto mistero; però la cosa sarebbe troppo scontata e loro non lo sono affatto. Perché? Uno per il procedere alla vecchia maniera: “Abbiamo registrato tra i 15 e i 23 nuovi pezzi e molti hanno delle potenzialità pop, ma potrebbero anche non finire nel disco”; due per una statuizione tutta nuova per loro: “Vorremmo tentare di eliminare del tutto le sequenze, improvvisare senza nessuna ancora”, un po’ come i trapezisti senza rete insomma. Soprattutto Carlo pensa che i loop siano deleteri e rischino di compromettere gli show: “Paradossalmente sarebbe più facile farne a meno, anche perché se poi un giorno non dovessero partire sarebbe la fine”.</p>
<p>Matteo, dal canto suo, non è affatto nuovo ad un’esperienza di questo tipo: cavoli, era nei Disco Drive. È proprio da lì che viene l’idea di realizzare delle vere e proprie canzoni: dalla collaborazione con Banjo Or Freakout, anche lui in quello stesso progetto torinese ed anche lui emigrato verso altri lidi.  Le certezze maturate ad inizio carriera dal trio sono arrivate di conseguenza: “Quando abbiamo sentito Michael Mayer suonare il nostro remix di Walls, uscito per Royality , abbiamo avuto la certezza di aver fatto centro”.</p>
<p>In effetti si tratta di una delle poche cose buone uscite dall’Italia, musicalmente, negli ultimi due anni, almeno in un’ottica da esportazione. Per non parlare della dormiente Milano, che, comunque, sembra molto attenta a questi suoi beniamini.  I Tunnel era stracolmo, durante la loro performance, ed erano tutti entusiasti. Non è forse per la tendenza del Belpaese a tramutare gli show in feste di compleanno? Matteo nega fermamente. Carlo, più giovane e quindi più pertinente all’urgenza propria al punk, invece, è pienamente d’accordo.</p>
<p>Ironia della sorte, non gli va di parlare della data pescarese della sera prima. Pare che metà del pubblico fosse lì per una festa di laurea, ma il dj Fabrizio Mammarella abbia elegantemente spento la musica, nell’altra sala, per favorire la concentrazione degli spettatori sotto il palco; ha fatto l’errore, però, di riattaccarla una ventina di  minuti prima della fine, lasciando il gruppo un po’ troppo solo sul finale. Insomma, posto che è una questione di prospettive, il resto sembra una differenza effimera tra feste di compleanni e lauree. Se tutto il mondo fosse paese sarebbe davvero una rovina.</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>BACKWORDS ancora più vicini: il loro coefficiente è massimo</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 21:27:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>C’è un forza misteriosa, un qualche irreversibile attrattore multiplo, che, ciclicamente, mi riporta dalle parti di Casino Royale. ...<a href="https://www.2bepop.it/backwords/" class="read-more">Continue Reading</a></p><p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.2bepop.it/backwords/">BACKWORDS ancora più vicini: il loro coefficiente è massimo</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.2bepop.it">2bePOP</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-1188 aligncenter" alt="theFRIDGE_bckwrds_mix" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/04/theFRIDGE_bckwrds_mix.jpg" width="500" height="500" />C’è un forza misteriosa, un qualche irreversibile attrattore multiplo, che, ciclicamente, mi riporta dalle parti di <b>Casino Royale<span id="more-1187"></span></b>. Ok, assieme a tanti altri di almeno un paio di generazioni ci sono cresciuto sui loro pezzi e sotto i loro palchi ma questo non basterebbe a raccontare il feeling o a tracciare i fili che ci legano. Tantomeno a muovermi è uno spirito nostalgico che considero estraneo a ciò che di più prezioso vado cercando nella musica, da sempre. È un <i>quid</i> sfuggente ad ogni messa a fuoco, “cose difficili da dirti adesso qui”.</p>
<p>“La musica è una febbre che ritorna, non ti lascia tregua – mi dice <b>Michele Pauli</b>, storico chitarrista della band – cerchi di liberartene ma lei, come un&#8217;imprescindibile urgenza, ti ripiglia”. Mi dice questo mentre, davanti al camino acceso che scoppietta di resinose pigne, mi fa assaggiare un altro di quei magici formaggi, prodotti da comuni amici dalle parti di San Casciano, portatori di effetti lisergici nelle nostre domeniche pomeriggio d’inverno. Da queste parti il mitico <b>Pardo</b> può sfoggiare le sue camicie a quadri, i jeans arrotolati su impeccabili calzini dentro mocassini che hanno il fascino dei chilometri percorsi sulla pelle senza sembrare un hipster in fila fuori dal Primavera festival. Il più <i>chic</i> dei Casino è assolutamente credibile nel suo stile mush up (che risulta dalla centrifuga selvaggia di rockabilly, mods, rockers e punk) che ben si addice ad un country-man capace di lasciare i fumi sotto la Madunina per trasferirsi nella poetica campagna toscana a produrre Chianti da primato e un Olio Extra Vergine d’Oliva il cui profumo sarà primo o poi sintetizzato in una nuova, costosissima, droga da <i>fooders</i>.</p>
<p>Deve essere stata un’affinità elettivo-paesaggistica quella che lo ha fatto incontrare con Alberto ‘TuzZy’ Tucci fondatore e label manager di quella <b>Elastica Records</b> che per prima ha saputo esportare i bassi dubstep italici di Numa Crew ben oltre i confini nazionali.</p>
<p><b>BACKWORDS</b> è il nome che i due hanno scelto per siglare il loro team produttivo in continua evoluzione. &#8220;Backwords è una naturale deriva dell’esperienza di <b>Royalize</b> (suo progetto D’n’B del 1999) – prosegue Pardo –  che si era esaurita troppo rapidamente. Quel suono, quello della ripetizione nella musica moderna intendo, è una reminescenza antica che costantemente ritorna nei miei ascolti e nelle mie produzioni. Dubstep, techno, trap, dub… le definizioni non mi interessano, so solo che è un &#8216;qualcosa&#8217; che attira la mia attenzione e spinge il mio ego a provarci; è come tornare in un luogo conosciuto ma sempre nuovo; un luogo di scambio, dove tutto si mette, piano piano, a fuoco&#8221;. Vuoi dargli torto? Ci sono in giro musicisti che hanno smesso di ascoltare musica da quando si sono iscritti alla SIAE. Lui è sui palchi da più di 20 anni e ancora lo trovi in giro per i party itineranti “all night long”, con le orecchie assetate di roba nuova. E la cosa straordinaria non è neanche questa ma l’incredibile capacità di assimilare i nuovi ritmi, le nuove direttrici di sviluppo sonoro, all’interno di un percorso assolutamente coerente e riconoscibile, personale e aperto al contempo.</p>
<p>Con le radici ben salde dentro il suono della ripetizione, dei loop e delle manipolazioni dub, Backwords è sempre in bilico fra digitale e analogico. Un primo saggio lo avevamo avuto con le uscite ‘Hard Night Days’ e ‘Not Your Teddy Bear’ del 2012 seguite da vari, succosissimi, remix. Ma le cose più prelibate devono ancora venire fuori. ‘SudokuHell’ la troverete presto scaricabile gratuitamente dal volume II della compilation Mixology (www.andreami.com); il remix di ‘Just Say Who’ degli Almamegretta con alla voce il mitico Horace Andy è pronto ad uscire su Elastica Records e, infine, ‘Short Circuit’ è il prossimo singolo dei Pellicans a godere del trattamento BACKWORDS in una uscita a marchio Lady Lovely.</p>
<p>Per ascoltarle tutte basta pigiare sul bottone ‘play’ del mix esclusivo che Backwords ha firmato per <b>Mixology</b>. In 60 minuti netti sentirai <i>clashare</i> i beat del genietto Hudson Mohawke con la spoken word di Zebra Katz, noterai le similitudini ritmiche tra Subwave ed LV, scoprirai il legame tra Colin Stetson e Dahlia Black, potrai legare con un filo rosso le voci di Thom Yorke e Horace Andy, imparerai a conoscere incepBOY e capirai che alla fine si torna sempre ai Beach Boys.</p>
<p>P.S.: Occhio al promemoria che il BW ha fissato sul frigo con le calamite: “I against I” ma “Music s a Trap”. Meditate gente… meditate sui bassi.</p>
<p style="text-align: right;">Andrea Mi</p>
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<p style="display: block; font-size: 12px; font-family: Helvetica, Arial, sans-serif; margin: 0; padding: 3px 4px; color: #02a0c7; width: 472px;"><a style="color: #02a0c7; font-weight: bold;" href="http://www.mixcloud.com/andrea_mi/backwords-xclusive-mix/?utm_source=widget&amp;utm_medium=web&amp;utm_campaign=base_links&amp;utm_term=resource_link" target="_blank">BACKWORDS Xclusive Mix</a><span> by </span><a style="color: #02a0c7; font-weight: bold;" href="http://www.mixcloud.com/andrea_mi/?utm_source=widget&amp;utm_medium=web&amp;utm_campaign=base_links&amp;utm_term=profile_link" target="_blank">Mixology</a><span> on </span><a style="color: #02a0c7; font-weight: bold;" href="http://www.mixcloud.com/?utm_source=widget&amp;utm_medium=web&amp;utm_campaign=base_links&amp;utm_term=homepage_link" target="_blank"> Mixcloud</a></p>
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		<title>Lettera ad un amico in forma di Mixtape</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2013 23:27:06 +0000</pubDate>
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<p><img class="size-medium wp-image-464 alignleft" alt="Patrick &quot;Pat Cosmo&quot; Benifei" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/01/patrick-300x225.jpg" width="300" height="225" />Credo di averlo conosciuto già dai tempi di Garigliano occupata, quando nel salotto ti poteva capitare di beccare Gruff a giocare con i primi modelli di Playstation, Aliosha vociare che la pasta era pronta nella cucina protetta da SantAntonio e Giuliano Palma sfogliare qualche rivista di moda sul divano. Con i Casino Royale io e molti della mia generazione (classe 1971) ci siamo cresciuti. Ho macinato chilometri su treni notturni che puzzavano tutti nello stesso modo, dormendo in stazioni improbabili o in posti occupati di ogni città, per andarmeli a sentire in ogni angolo di questo maledetto stivale. Ho invaso il loro backstage negli stadi, nei club, nei centri sociali e nelle masserie salentine. Una volta ho anche scritto una postfazione ad un bel libro che parlava di loro scritto da un ottimo avvocato calabrese, Francesco Sapone, che con me ha condiviso molte di quelle esperienze. Nella loro sintesi sonora riconosco l&#8217;energia di una visione. Nel loro percorso musicale trovo specchiato il mio: una negritudine atavica, un&#8217;attitudine punk che trova modi sempre nuovi e inaspettati per manifestarsi, una inscalfibile passione per l&#8217;età d&#8217;oro del suono giamaicano, l&#8217;orecchio sempre attento sulle mille rivoluzioni digitali… Poter comprare l&#8217;olio nuovo dal chitarrista della band, il mitico Pardo, è per me un piacere unico, come avere il privilegio di pregustare in anteprima le produzione del suo progetto collaterale e bassoso, in combutta con Alberto &#8220;Tuzzy&#8221; Tucci: Backwords. Ma pure farsi gli ascolti delle novità con il laptop nella camera d&#8217;hotel di Aliosha e Uxo è una di quelle cose che mi regalano una certa soddisfazione.</p>
<p>Ho amato anche Neffa, quando sulla spiaggia di Torre dell&#8217;Orso mi faceva sentire, su una C60, i versi alla Paolo Conte che diventavano rap luccicante (quelle bozze sarebbero diventate &#8220;Aspettando il sole&#8221;). Con i Messaggeri della Dopa e l&#8217;inizio della sua carriera solista ero ancora lì, appeso ai suoi versi da periferia campana.</p>
<p>Mi sono appassionato molto anche a quell&#8217;All Star Team passato su tanti palchi col nome di Bluebeaters. Adoravo l&#8217;umiltà di musicisti straordinari e stelle navigate del firmamento musicale italiano che si mettevano a fare cover clamorose solo per passione.</p>
<p>La costante di tutte questi amori giovanili in musica è l&#8217;occhialuto stiloso di cui sopra, Patrick Benifei aka Pat Cosmo aka Tapioca Battlefield, uno che, con le sue tante collaborazioni, ha saputo scrivere pagine fondamentali di un suono cruciale. Eppure, quando ci ceni insieme a casa di Macro Marco, con quelli di Skoolbwoy a stappare le bottiglie di birra e Ghemon a metterti fretta che il live sta cominciando, scopri che ha ancora l&#8217;entusiasmo ragazzino e l&#8217;orecchio curioso senza neanche un pelo.</p>
<p>Il suo nuovo progetto si chiama Tapioca Battlefield ed ha un EP fresco di stampa su Elastica, “Handclap Job”. È nato per gioco su un campo di battaglia dolcissimo, il tavolo della sua cucina, mentre si beccava sputi di tapioca dal piccolo pargoletto che ha messo al mondo con gioia. L&#8217;idea era di fare musica che potesse far ballare il bimbo e cantare la mamma. Ne è uscita una manciata di tracce da spellarsi le mani per gli applausi entusiasti.</p>
<p>Ve lo presentiamo con un mix esclusivo per Mixology, lungo e immersivo che, per me, vale più del suo guardaroba.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Andrea Mi</em></p>
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