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	<title>2bePOP &#187; Elita</title>
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		<title>L&#8217;intervista agli Esperanza</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 15:51:11 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-1415" alt="foto di Mattia Buffoli" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/05/esperanza1-1024x682.jpg" width="1024" height="682" />È una questione di prospettive. Si sarebbe potuto iniziare ribadendo che tutto il mondo è paese ma non è così<span id="more-1414"></span>. Milano, per quanto l’appellativo di metropoli gli si addica per il primato delle linee metro e poco altro, ha le stesse dinamiche di tutto il resto d’Italia, piccoli centri compresi. Il resto è una questione di dimensioni, come direbbe una femminuccia che conosce più letti che posizioni (giusto per non offendere la categoria e il rapporto con l’intimità corporea) o che non ha compreso, semplicemente, la differenza tra un pene e un braccio. E poi, di quanto sia avanti il capoluogo lombardo si è già detto in questa sede parlando di Elita e del Design Week. È proprio lì e allora che si è svolta questa chiacchierata con gli Esperanza.</p>
<p>Che band, wow. Ogni città ha il gruppo che si merita e il terzetto sintetizza benissimo pregi e difetti di quella che è, per antonomasia, la capitale italiana del business e, quindi, anche di quello musicale.  I curricula contano. E infatti Matteo Lavagna era parte dell’epoca più bella dei Disco Drive, band di culto e seminale di quello che viene indicato come il fenomeno indie partito negli anni zero e poi regredito in frantumazioni di una attimo cantautorale che passerà. È uno che non ci è cascato in sostanza. Con lui c’è Carlo Alberto Dall&#8217;Amico, in arte Cècile, uno dei fenomeni della nuova italo disco o come l’ha definita Gomma, facendo riecheggiare l’esordio della techno detroitiana, the new italian house. Un genietto. Non a caso è proprio la stessa label tedesca a dare i natali a questo terzetto in odor di navigli. Sì, terzetto, perché con loro c’è anche Sergio Maggioni, ex Hot Gossip e chitarrista capace di suonare ispirazioni di Santana e degli Iron Maiden in contesti sminuzzati e riequalizzati ad hoc, un po’ come si fa in genere con il campionamento.</p>
<p>È proprio lui che ci dà il benvenuto. Sono tutti stanchi, non solo perché è l’ultimo giorno del festival ma, soprattutto, per via di un tour di tre date, partito da Milano e approdato poi a Roma e Pescara, sempre sulle ali della Red Bull. È stata proprio questa bibita a dargli l’energia necessaria a calcare il palco del prestigioso Sonar due anni fa, ai primordi della carriera. Perché anche nella città del business le pastette contano.</p>
<p>Certo, l’energy drink per eccellenza ha costruito il nuovo panorama della musica internazionale, fornendo spunti, corsi didattici, finanziamenti e investimenti che guardano al talento e alla professionalità e non alle clientele. Basta dire che quella basilare esperienza chiamata Homegroove era gestita qui in Italia, per loro, da Alioscia, il leader dei Casino Royale, l’unica vera band milanese capace di poter essere paragonata ai colleghi esteri (i Bluvertigo erano di Monza), ed oggi padrino degli Esperanza, il primo dei loro fan, in un passaggio di testimone che fa confluire le epoche in quelli che la fisica chiama vasi comunicanti.</p>
<p>“Italia per noi è giusto un rodaggio, miriamo più ad avere una visibilità all’estero”, ci racconta Matteo, che è un po’ il portavoce del gruppo. “A Milano c’è tanta gente che fa un mare di cose, ciò non vuol dire che esista una scena”. Difatti lui e Carlo vivono da qualche mese a Berlino. Hanno fatto bene. E poi tutti, prima o poi migrano verso nord, come si diceva all’inizio è solo una questione di prospettive. Il fatto è che Milano ha sempre avuto un confronto ottimo e privilegiato con tutto ciò che viene da fuori confine, una sorta di esterofilia che soffre di vertigini.</p>
<p>A loro due, comunque, partire è servito per raccogliere le idee. “Avevamo bisogno di tempo da dedicare alla scrittura”, rispondono quasi all’unisono. E sono molte le affermazioni quasi corali che caratterizzano la conversazione. Un’altra riguarda i testi: “Per scriverne bisogna avere qualcosa da dire”. Che gli faccia paura esporsi? Sergio, a dire il vero, ha scritto addirittura qualcosa in Italiano: “Non disdegniamo affatto il poter cantare nella nostra lingua e il cantare in generale” ribadisce Matteo denotando una distanza dai dogmi dell’hypsteria indie del Belpaese. Bravi, ma questo si è già detto, e davvero indipendenti dalle prassi degenerate e preconcette a quanto pare. Difatti cercano prospettive più ampie. “Il confronto è basilare”, secondo Carlo, e dunque meglio sentire più voci e in più lingue.</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-1416" alt="foto di Mattia Buffoli" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/05/esperanza2-1024x682.jpg" width="1024" height="682" /></p>
<p>A fargli venire la voglia di cantare ci ha pensato Jassie.  Jesse Boykins è diventato una sorta di quarto Esperanza: li ha sentiti al Sonar e da allora ha compreso che alla band mancava un leader, anzi un cantante, perché come leader Matteo sembra funzioni benone in ambito pratico. Si è quindi dedicato a loro ed è stato il cooprotagonista di questo piccolo tour di tre date. A tratti gli ha rubato la scena. A tratti si è limitato a fare pezzi che di innovativo hanno solo la vicinanza con D’Angelo e il nu-soul, si potrebbe sollevare con sarcasmo. Ma il trio ci tranquillizza: “Nel nuovo disco canterà solo uno o due pezzi, uno di sicuro: è quello che abbiamo fatto nei live, non ha un titolo ma lui lo chiama One more gin”. Menomale, viene da dire, anche perché ricorda parecchio il nome di un pezzo di Criss Brown, e questo può anche bastare. Del resto non si può avere tutto dalla vita e gli addominali sono già molto, avrebbe potuto suggerie Costantino Vitagliano.</p>
<p>Loro non ci sarebbero mai cascati: gli Esperanza, proprio in merito a questo atteso secondo album, hanno ottime intuizioni. La prima? “La necessità di un direttore artistico; ci sarebbe un’idea che potrebbe concretizzarsi ma per scaramanzia non facciamo nomi”. Che si tratti di Caribou? Che si siano fatti ispirare dall’intellettualismo psichedelico canadese non ne hanno mai fatto mistero; però la cosa sarebbe troppo scontata e loro non lo sono affatto. Perché? Uno per il procedere alla vecchia maniera: “Abbiamo registrato tra i 15 e i 23 nuovi pezzi e molti hanno delle potenzialità pop, ma potrebbero anche non finire nel disco”; due per una statuizione tutta nuova per loro: “Vorremmo tentare di eliminare del tutto le sequenze, improvvisare senza nessuna ancora”, un po’ come i trapezisti senza rete insomma. Soprattutto Carlo pensa che i loop siano deleteri e rischino di compromettere gli show: “Paradossalmente sarebbe più facile farne a meno, anche perché se poi un giorno non dovessero partire sarebbe la fine”.</p>
<p>Matteo, dal canto suo, non è affatto nuovo ad un’esperienza di questo tipo: cavoli, era nei Disco Drive. È proprio da lì che viene l’idea di realizzare delle vere e proprie canzoni: dalla collaborazione con Banjo Or Freakout, anche lui in quello stesso progetto torinese ed anche lui emigrato verso altri lidi.  Le certezze maturate ad inizio carriera dal trio sono arrivate di conseguenza: “Quando abbiamo sentito Michael Mayer suonare il nostro remix di Walls, uscito per Royality , abbiamo avuto la certezza di aver fatto centro”.</p>
<p>In effetti si tratta di una delle poche cose buone uscite dall’Italia, musicalmente, negli ultimi due anni, almeno in un’ottica da esportazione. Per non parlare della dormiente Milano, che, comunque, sembra molto attenta a questi suoi beniamini.  I Tunnel era stracolmo, durante la loro performance, ed erano tutti entusiasti. Non è forse per la tendenza del Belpaese a tramutare gli show in feste di compleanno? Matteo nega fermamente. Carlo, più giovane e quindi più pertinente all’urgenza propria al punk, invece, è pienamente d’accordo.</p>
<p>Ironia della sorte, non gli va di parlare della data pescarese della sera prima. Pare che metà del pubblico fosse lì per una festa di laurea, ma il dj Fabrizio Mammarella abbia elegantemente spento la musica, nell’altra sala, per favorire la concentrazione degli spettatori sotto il palco; ha fatto l’errore, però, di riattaccarla una ventina di  minuti prima della fine, lasciando il gruppo un po’ troppo solo sul finale. Insomma, posto che è una questione di prospettive, il resto sembra una differenza effimera tra feste di compleanni e lauree. Se tutto il mondo fosse paese sarebbe davvero una rovina.</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Milano Design Week &amp; Elita Festival</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Apr 2013 15:46:04 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-1276" alt="design week 2013" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/04/design-week-2013-1024x1024.jpg" width="1024" height="1024" />È triste<span id="more-1275"></span>. Vedere Roma raggomitolarsi sulla propria decadenza piega le speranze. Nulla è eterno. Le strade deserte di sera e lo sgranchirsi sociale del venerdì e sabato sembrano esercizi dozzinali di sostentamento. Chi sperava nella primavera ha visto solo qualche bermuda in odor’ di naftalina. Il resto sono elezioni su elezioni, cerchi concentrici che qualcuno, a ragione, avrebbe usato per prendere la mira e che oggi, invece, si trasformano in mire. Verranno tempi migliori forse. Ma chi visse sperando ha poi finito per incarnare un pezzo di Masini.</p>
<p>La disperazione porta a migrare. Chi comprende che sia solo un sonnellino, un fuoco che riposa sotto la cenere se la cava con divagazioni su rotaie. Direzione Milano. E se i religiosi gridavano che lì hanno solo la nebbia è tempo di aprire gli occhi, o almeno di vederci chiaro. Il Design Week fa la differenza. Sarebbe stata solo una fiera se la capacità di relazionarsi, lo sforzo sinergico, un principio comunitario coniugato, però, all’imprenditoria e al concetto di vetrina e status symbol non avesse creato un piano integrato capace di svegliare  migliaia di persone provenienti da vari pianeti, ed anche il sole .</p>
<p>La pioggerellina del giovedì è mancuniana e fa molto new wave. Fuori dal Salone c’è una fila, tra le vie di Brera e via Tortona, che somiglia a quella per la toilette in ogni club. Bancarelle con panini che fanno molto festa patronale in Calabria aggiungono colore e soprattutto odore di arrosto, di carne alla brace e cervelli in fumo o almeno di fumo negli occhi.</p>
<p>Quella che su 2bePOP è una devianza consolidata e contratta, quello che definiamo “il morbo della periferia”, trova giovamento in zona Lambrate: industrialità dismessa, rovine di un mondo in corsa che si trasformano in spazi destinati all’arte, in riciclo dell’urbano per il migliore urbano. Ovviamente lontano dal centro, dai vertici, dalle stanze dei bottoni e dai bottoni per azionare il dosa sapone e l’asciugamani ad aria calda.  Una sorta di Londra che per una volta non fa sembrare i sobborghi meneghini parodie del fulcro di ogni circonvalla. Tanto che non c’è una lingua madre e i flussi sembrano abitanti di Babele protesi ad un nuovo mondo possibile o almeno percorribile.</p>
<p>Ciò che distanzia il Design Week dal concetto seriale di fiera, si è già detto, è il modus che gli consente di vestire ma anche di vivere l’intero perimetro metropolitano, esperimento non partito in nessun altro porto, neppure intorno al Pitti fiorentino, sebbene le dinamiche potrebbero essere simili. Tanta roba. Forse addirittura troppa, tanto che gli indigeni se ne lamentano: “figa, dovrebbe durare almeno 15 giorni o un mese, è impossibile vedere e seguire tutto”, è il commento che ne dà chi quei luoghi li vive ogni giorno, con devozione quotidiana a Sant’Ambrogio, a San Silvio o alla prossima moda.</p>
<p>Tutti si dedicano al design, finanche i parrucchieri. Ce ne sono un’infinità a Milano, ma si dubita che a questa inflazione di taglio (e per estensione anche di cucito) non sia seguita una rovina dei vecchi barbieri, tant’è che le strade e le feste pullulano di giovani Matusalemme. Che barba che noia, avrebbe detto Sandra al pungente Raimondo, ma non in questa settimana, dunque, tanti sono gli incontri, le esposizioni e i party.</p>
<p>È tutto un clubbing, un aperitivo costante, con drink gratis e birre a due lire, anzi a due euro per fare giustizia nei confronti della contemporaneità. E come se non bastasse, da anni, esiste anche Elita. Il festival nella fiera è quanto di più attinente possa esistere ad un piano di fattibilità ben congeniato  in un corso di organizzazione eventi. Una trovata che nessuno avrebbe mai applicato in altri posti italiani dove la domanda sonnecchia e l’offerta cerca risposte nel fondo di un bicchiere.</p>
<p>Elita, tra l’altro, ha un cartellone decisamente chic. Talabot ne è la prova più in linea con i tempi, viste le classifiche di fine anno.  Ma oltre a lui Red Bull mette le ali anche agli Esperanza, che riempiono il Tunnel del divertimento fino alle 4 ed oltre, giocando in casa, e in più partiranno per giocare su altre piazze per tutto il week end, tra Roma e Pescara, realizzando risultati peggiori. Del resto, forse, il campanilismo sta creando concerti che somigliano a feste di compleanno ed anche la band, interrogata dopo il tour, non ha avuto solo smentite per questa domanda, o meglio non ha dato risposte univoche, ma questa è un’altra storia che racconteremo più in là.</p>
<p>Il venerdì del Design Week, invece, suona hip hop 100% e lo fa anche bene. È già il giorno dopo e la pioggerellina inglese ha lasciato il posto ad un sole che fa sorridere di ogni diceria della curva religiosa e cancella le nebbie cerebrali. A infierire potenziando tanto splendore arriva la scuderia Macro Betas. Ghemon, Kiave e Mecna danno vita uno show nel qual ognuno mette la propria personalità, uno per volta, non ripudiando una coralità che sa di posse evoluta e coniugata al millennio in corso d’opera. E quando il calabro dei tre introduce con “ci siti”, sul palco milanese, il brano Redenzione, è una periferia geografica a redimersi; particolare trascurabile se non si fosse affetti dal morbo di cui sopra.</p>
<p>La crew è solo un’introduzione. La star è Mos Def. Il live è un succedersi di rare groove mandati dal dj e pezzi magistralmente intonati da lui, sotto lo pseudonimo di Yasiin Bey. La sala è gremita e si squaglia dal caldo, eppure il pubblico barbuto non leva il cappello di lana, testimoniando un modo di essere o forse o più probabilmente di sembrare. L’M.C. ride e balla, tra un brano e l’altro, asciugandosi il sudore con un cimelio intimo che una fan gli ha lanciato sul palco in sincronia col primo beat. Tutto molto 90 ma senza nostalgia. Sebbene il finale ci riporti su note mai dimenticate e in uno scenario che profuma di bei ricordi impressi su peli ormai ingrigiti. Nessuno è immune.</p>
<p>Neppure Milano lo è: il resto della rassegna è un elenco in cui capeggiano Villalobos e James Holden, il clubbing, il sabato del villaggio, le file per il bagno e macchie di giaguaro che non vanno via. Se davvero durasse un mese, forse, chissà, qualcosa cambierebbe. Che so, il Presidente della Repubblica almeno…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Stefano Cuzzocrea</p>
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