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	<title>2bePOP &#187; Jack London</title>
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		<title>Born to run – Tutte le strade di Bruce Springsteen</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2015 13:50:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dario Greco]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter  wp-image-2655" style="border: 0px;" alt="Bruce Springsteen" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2015/08/6_7_small-1024x682.jpg" width="1024" height="682" />È il 25 agosto 1975, Bruce Springsteen ha quasi 26 anni. Born to run, il suo terzo album, celebra la vita on the road, attraverso la voce e le speranze di due ragazzi in fuga, verso un altrove che li condurrà a vivere una vita migliore.<span id="more-2653"></span></p>
<p style="text-align: left;">Ogni artista ha il suo feticcio, ma per certi artisti il feticcio è una vera e propria ossessione. Una missione da compiere e da portare a termine. A qualsiasi costo. Da costa a costa. LaCoste permettendo. E mi perdonino, se possono, tutti gli skin che leggeranno questo pezzo. C&#8217;è una promessa che va mantenuta, c&#8217;è un patto, spesso celebrato lungo il famoso crocevia del tempo e dello spazio.</p>
<p>Nel caso di Bruce Springsteen ci sono solo due cose che contano davvero: la musica e la strada. Della musica di questo celebrato artista si è detto tante volte, forse troppe. E troppe celebrazioni alle volte fanno solo ubriacare. Ma nel rock si è visto anche di peggio. Chiedere ad Elvis per credere. Provare per credere. Prove it all night.</p>
<p><b>Qui ci interessa però descrivere il rapporto tra Bruce Springsteen e la strada.</b></p>
<p>Come per altri celebri artisti, penso a Jack London, Bob Dylan o Jack Kerouac, la strada ha rappresentato tutto ciò che era davvero importante. E reale. Con Springsteen l’importanza di descrivere qualcosa di reale è fondamentale, quando non essenziale.</p>
<p>In molti casi il successo di un artista di questo genere è legato doppiamente al suo rapporto con la vita di strada, alle avventure sognate, sublimate o vissute dal vero, il più delle volte seguendo un percorso improvvisato, non definito.</p>
<p>Il rapporto tra Bruce Springsteen e la strada è lungo e duraturo. Già nel suo primo disco la celebrazione del vivere alla macchia, on the road, sarà uno dei suoi marchi di fabbrica. E’ così che costruirà e plasmerà la sua epica, una mitologia fatta di ruote e di sudore, di giacche di pelle rubate a Marlon Brando, di corse nel cuore della notte che sanno di ribellione con un causa, apparente e non.</p>
<p>David Bowie, musicista inglese che già all&#8217;epoca godeva di una certa credibilità artistica, se ne innamorò, di questa estetica ruspante e verace, e riproponendo due brani di Springsteen nel suo repertorio, il più fortunato, It&#8217;s hard to be a saint in the city è uno spaccato urbano iperrealista, non privo di umorismo e di episodi surreali e intriganti.</p>
<p>La strada, in tutti i suoi aspetti è al centro di buona parte della discografia springsteeniana. Già nei titoli viene messa in primo piano: Jungleland, Street of fire, Racing in the streets, Out in the street, Thunder Road, Backstreets, Incident on 57th Street, fino ad arrivare a Street of Philadelfia.</p>
<p>Si tratta della stessa strada raccontata da Martin Scorsese che in Mean Streets e in Taxi Driver è davvero vicina come scrittura e punto di vista a quella poetica spingsteeniana, che nella mitologia del rock ha sempre avuto un posto di rilievo al pari degli Stones, di Dylan e di Tom Waits. Anche il regista Walter Hill, un autore duro e da uno stile secco e iperrealista,  lo cita ben due volte, e arriva a usare un suo titolo per quello che sarà uno dei suoi film meno riusciti: Streets of fire.  Sean Penn al suo esordio dietro la macchina da presa guarderà a Springsteen come modello per raccontare una storia di sangue, di fratelli e di strade violente nel suo The Indian Runner.</p>
<p>La corsa pazza di Springsteen pare interrompersi dopo l&#8217;ubriacatura amorosa di Tunnel of love, del 1987, dove uno dei suoi protagonisti nella struggente e notturna Cautius Man, arriva a dire: <i>Una notte Billy si svegliò dopo un terribile sogno chiamando sua moglie per nome lei giaceva respirando al suo fianco in un sonno sereno, mille miglia lontana lui si vestì al chiaro di luna e si incamminò veloce giù verso l’autostrada quando vi giunse non trovò nient&#8217;altro che la strada.</i></p>
<p>Il tema della strada torna però nel successo e steinbeckiano The ghost of tom joad, quasi un seguito ideale di quel capolavoro e ancora cinematografico che era stato Nebraska, tra Malick e Ford, tra l&#8217;esistenzialismo e il nichilismo, ad un passo dall&#8217;isolamento e dalla depressione. Saranno davvero tante le strade battute dalla sua chitarra e dalla sua penna, sempre puntuale nel saper cogliere alcuni degli aspetti più importanti e veri di questo mito americano.</p>
<p>Appassionato di auto, motociclista, e animo zingaro, Bruce Springsteen ha davvero incarnato, in modo del tutto personale, l&#8217;eroe da lui stesso celebrato e cantato più volte.</p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-2658" alt="Cover Born to Run" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2015/08/cover-1024x512.jpg" width="1024" height="512" />Per chi ha amato dischi come Born to run, che oggi compie 40 anni, e Darkness on the edge of town, non sarà difficile ricordare il significato univoco di strada per Spingsteen: tutto inizia e si conclude con un colpo di acceleratore, con un cambio di marce, e con una corsa folle lungo il sogno americano (che non c&#8217;è).</p>
<p>Si possono vestire gli abiti dei reduci del Vietnam, o dell&#8217;eroe della classe operaia. Ribelli, attaccabrighe o semplicemente viaggiatori, uomini di passaggio che devono risolvere qualche malaffare ad Atlantic City, o in un meeting nei pressi di un fiume. Non ha importanza di quale sia la location o lo scopo: ci sarà sempre una strada, un volante, un passaggio e un passeggero. Si tratta appunto della neo mitologia americana, di cui Springsteen è stato per almeno 10 anni uno dei massimi esponenti. Non è un caso che ancora oggi, a distanza di 30 anni, quando si pensa ad una certa atmosfera notturna, di gare clandestine e di frizioni bruciate, si pensa subito alla sua poetica <i>stradaiola</i> e suburbana.</p>
<p>Giacomo Leopardi nelle note del Zibaldone anticipa la poetica springsteeniana di Born To Run, quando scrive: “La velocità è piacevolissima, per sé sola, cioè per la vivacità, l&#8217;energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea d&#8217;infinito. Sublima l&#8217;anima, la fortifica.” Non molto distante, questo pensiero dall’inno di fuga di Born to run, dove il protagonista invita la sua ragazza a tagliare con il passato per camminare nella luce.</p>
<p>Bruce Springsteen ha vissuto quelle strade, ha cantato quel tipo di racconto scarno ed epico nello stesso tempo. I suoi protagonisti sono cresciuti, invecchiati, qualche volta anche morti, sul sedile di una Chevi. Hanno provato a camminare come gli eroi che volevano diventare. La realtà però è fatta di altre cose. Springsteen questo lo sapeva, e per questi motivi ha preferito creare dopo tanto viaggiare una casa dentro cui far riposare questo animo inquieto e battagliero. I suoi eroi però vivranno per sempre, e saranno sempre lì, pronti quando la notte li chiamerà a raccolta, in un&#8217;ultima adunata, come in una celebre scena di un film di Walter Hill, guerrieri, giovani ribelli, ragazzi di città e di periferia che preferiscono essere protagonisti delle loro vite. Che preferiscono non accettare passivamente quello che la vita vuole e pretende da loro.</p>
<p>Siamo nelle terre che Jack London chiamava Vagabonlandia e che Springsteen contribuisce a ridefinire, portando il suo contributo a quel Grande Romanzo Americano, dei Dos Passos, Faulkner e Steinbeck. Con una prosa lucida, stringata e talvolta epica, Springsteen vive e racconta la strada, con i suoi personaggi a metà tra l&#8217;eroismo da fumetto e lo spaccato urbano di una città multiforme e multietnica. In questa miscela convivono le tante facce dell&#8217;America e del suo sogno irrealizzabile. Ci sono dentro operai, reduci, orfani e poeti, c&#8217;è dentro uno spaccato di vita che grida giustizia e pietà. Sono ruote che vengono scambiate per ali, come dice in Thunder Road, canzone di speranza e di redenzione. E&#8217; una città di perdenti e noi ce ne stiamo scappando per vincere. Al di là dei molti proclami però, i personaggi di Springsteen vivono e incarnano la strada, il viaggio con consapevolezza. C&#8217;è un prezzo da pagare e a volte il biglietto è davvero troppo caro. Ci sono lungo la strada immigrati che cercano un modo migliore per vivere, uomini a piedi lungo i binari, ragazzi che sognano una vita migliore guardando dentro uno specchietto retrovisore. C&#8217;è la strada nel suo significato simbolico e allegorico e c&#8217;è quasi sempre una speranza, di raggiungere prima o poi una terra promessa.</p>
<p>C’è un protagonista, a volte solitario, a volte accompagnato da un partner, in una scorribanda notturna. E’ una notte che brucia di vita e di passione…</p>
<p><i>Viviamo per desiderare, e cosi farò anch&#8217;io, e balzerò giù da questa montagna sapendo tutto alla perfezione o non sapendo tutto alla perfezione pieno di splendida ignoranza in cerca di una scintilla altrove.</i> (Jack Kerouac, Angeli di desolazione)</p>
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		<title>The Wolf of Pietrafitta</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2015 15:17:23 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" style="text-align: center;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-2574" alt="the wolf of pietrafitta (rob gentili)" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2015/08/the-wolf-of-pietrafitta.jpg" width="718" height="876" /></em></p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;">di Dario Greco, visual di Roberto Gentili</p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;"><em>“Ogni superiore umorismo incomincia col non prendere sul serio la propria persona.”</em></p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;"><em>(Herman Hesse)</em></p>
<p dir="ltr"><span id="more-2570"></span>Sapresti indicarmi la direzione esatta per raggiungere Carpanzano?</p>
<p dir="ltr">Per chi, come me, ama avventurarsi con mezzi di fortuna nell&#8217;entroterra calabro, sa benissimo che l’ostacolo principale da superare è entrare in modalità: segnaletica stradale fatta a organo riproduttivo di cane lupo. Proprio così. La segnaletica italiana, secondo un recente sondaggio internazionale, è stata considerata una delle peggiori in Europa.<br />
Ecco le notizie che volevo leggere oggi! Lo so, un po’ come quando il vostro fedele compagno di banco, giù al call center vi posta le ultimissime news che riguardano la nuova figuraccia del presidente del <em>coniglio</em> in trasferta estera. Invece di andare a lavare bicchieri a Londra come gli altri… No, questo non è un post vecchio, caro <em>Andvea</em>, e mi sto riferendo proprio al tuo amico Matteo, con quel bel partito o progetto politico, se preferisci, che era la Margherita.</p>
<p dir="ltr">Ve lo ricordate voi il mitico Margheritoni, interpretato dal sempre ottimo Andrea Roncato? Ah, no giusto, voi eravate fans sfegatati di Frassica  e del suo cult “Il bi e il ba”! Bah! Io invece ho sempre amato il cinema americano, fin dalla mia più vergine età, come avrebbe detto Augusto Daolio. Ai tempi non era ancora arrivata la cosiddetta estate italiana. Eppure in certi periodi il nostro vivere da beatnick di provincia ci aveva spesso condotti in luoghi ameni, e non <em>armeni</em> e ci aveva fatto incontrare artisti del calibro di Vittorio Nocenzi, Kelly Joe Phelps, i Camaleonti e in un viaggio della speranza perfino Cucciolo, il mitico batterista dei Dik Dik. Che perfidia! Come direbbe Gianni Minà! Lo so, arrivati già qui qualcuno di voi mi vorrebbe davvero minà e non certo per via del celebre giornalista amico di Fidel e del Pibe de oro.</p>
<p dir="ltr">Carpanzano state of mind. Tutte le strade portano da qualche altra parte, quando vi perdete nell&#8217;<em>heartland cosentino</em>. E già mi viene in mente il migliore rock di Warren Zevon e dei suoi ululati metropolitani e sardonici. Qui però tra i boschi delle Serre e della Sila, è davvero dura essere un santo specialmente se di nome ti chiami Santino. Giusto? <img src="https://www.2bepop.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif" alt=";)" class="wp-smiley" /> </p>
<p dir="ltr">E mentre cercavo di raccapezzarmi vidi, a fari accesi e con la vista annebbiata il celebre lupo di Pietrafitta. Strano incrocio sub-urbano, a metà strada tra il Viggo Mortensen di The Indian Runner, e il Mickey Rourke di Rumble Fish. Lo conoscete anche voi il famoso lupacchiotto che vive tra Aprigliano e Pedace, vero? Un vero canide che non perde mai occasione per manifestare all’ambiente circostante la propria individualità. Come ha detto qualcuno più saggio di me, se non ti conoscono a Scalzati, Pedivigliano, Sartano e Calopezzati non sei proprio nessuno!</p>
<p dir="ltr">Ed è per questo che io mi ero dato alla macchia, in compagnia del mio amico Ivan Marini, per le strade di Cropalati domandando a tutti: mi conoscete? Mi riconoscete? Nessun esito. Un po’ come quella volta che andammo con una comitiva di antipatici in trasferta a Corleone. Nessuno ci diede un minimo di retta. Anzi, andammo a mangiare in una pizzeria e ci fecero perfino la ricevuta fiscale! Cose dei pazzi! Mi raccapezzo: eravamo in macchina. Una Polo Volkswagen del 1987. Eravamo a fari accesi e con la vista annebbiata, io e il mio amico Ivan, quando scovammo, in una calda sera d’estate di qualche anno fa, questo famoso lupacchiotto di Pietrafitta. Credetemi, facemmo la conoscenza di un tipo davvero fuori dal comune.</p>
<p dir="ltr">Aveva una maglietta nera degli Stones con la celebre tongue &amp; lip.  Io in quel periodo ero andato in fissa con <em>Il lupo della steppa</em> di Herman Hesse, e visto che avevo clamorosamente toppato cercando un po’ d’africa in giardino, avevo risolto vestendomi da ricercatore senza borsa in antropologia culturale: ovvero, come un <em>caggio</em>. Faceva davvero caldo e quella giacca con le toppe di velluto poteva essere indossata solo di sera con una temperatura inferiore ai 24 gradi, per la serie: conta solo lo stile!</p>
<p dir="ltr">Era stato un inverno difficile con Red Ronnie che ci faceva il lavaggio del cervello, a noi giovani, che volevamo solo vedere un po’ di musica dal vivo in tv. Io, come già detto, ero in fissa con Hesse, ma era il mio amico Ivan il vero geniaccio metafisico della situazione. Raccontava storie di bar e di periferia ambientate alla fine degli anni settanta. In questi luoghi della mente, la monotonia  veniva infranta solo da una Fiat 128 Coupé o da qualche canzone di Umberto Tozzi. Lui poi era un grandissimo fan di Alberto Camerini e millantava di averlo conosciuto in una fresca sera d’autunno a Mottafollone, tanti anni fa.</p>
<p dir="ltr">Si stava come dentro l’incanto dovuto al riposo estivo e tutto nella mia mente appariva rallentato, surreale e apparentemente senza un significato preciso. In lontananza sentivo il rumore di un motore Fiat preparato e pronto per ruggire. Il suono si confondeva con le note imperiose di Born to be wild degli Steppenwolf. E così iniziava il viaggio. Allacciate le cinture e siate pronti all’avventura.</p>
<p dir="ltr">Il lupo di Pietrafitta era il nostro contatto locale per una storia d’erba e noi dovevamo tenercelo buono, perché era un’estate davvero scarsa e volevamo svoltare senza troppi grattacapi. Io dovetti <strong><em>redarguire</em></strong> il mio amico Ivan, che di solito quando vedeva qualcosa di pittoresco diventava insopportabilmente sarcastico e petulante. Procurare un dizionario a Pietrafitta vi assicuro che non è assolutamente un’impresa da poco e nemmeno da Polo. Però visto che m’ero impanicato utilizzando un vocabolo a me estraneo, un po’ come i <em>foreign body</em> di una canzone di Van Morrison in preda al <em>mantra</em> e al repeat-one, decisi di fare il <em>Gonzo</em> della situazione. Il piano era semplice: andare nella tana del Lupo, farci la nostra storia e tornare in città da eroi.</p>
<p dir="ltr">E’ nei momenti di apatia e di apparente facilità che l’uomo pur di non annoiarsi è disposto a fare qualsiasi cosa pur di incasinare un caffè espresso. Sarà il senso di avventura che ci contraddistingue, sarà che non è bello ciò che è bello, ma… il nostro Ivan inizia a raccontare una delle sue interminabili e mirabolanti storie di paese andate, Caputo docet.</p>
<p dir="ltr"><em>Sapete dove si trova Civita?</em> Male, molto male. Dovete sapere che il nostro eroe in tempi non sospetti aveva uno zio che era titolare di un tabacchino. Voi direte, bello sforzo del cazzo, gira e rigira in ogni famiglia arbereshe che si rispetti c’è uno zio che è titolare di un edicola-benzina-tabacchi. E’ vero, anche le società più primitive hanno un innato rispetto per gli alienati.</p>
<p dir="ltr">Però voi non sapete di che tipo di zio stiamo parlando, giusto? Il vostro pure va a caccia di cinghiali, produce un ottimo vino e brinda alla vita come un autentico cosacco? Non credo proprio, perciò state buoni… Adesso il lupo di Pietrafitta era un tipo abbastanza paranoico, e appena sente parlare di fucili, tabacchini e di tutte quelle phesserie inizia ad insospettirsi e a farci un sacco di domande. Il come e il perché, noi forestieri, eravamo andati a svoltare proprio in quel di Pietrafitta. <em>Anche questo è vero! Ivan, tu zitto no, eh!</em></p>
<p dir="ltr">Con una mossa da prestidigitatore, ma con la fodera di culo da principiante, estraggo la mia copia del <em>Lupo della Steppa</em> di Hesse, e gli cito quasi a memoria questo passo:</p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;"><em>Se il mondo ha ragione, se hanno ragione le musiche nei caffè, la gente americana che si contenta di così poco, vuol dire che ho torto io, che sono io il pazzo, il vero lupo della steppa, come mi chiamai più volte, l&#8217;animale sperduto in un mondo a lui estraneo e incomprensibile, che non trova più la patria, l&#8217;aria, il nutrimento.</em></p>
<p dir="ltr">Lupo più lupo, fa sempre Volfkswagen, no? Sul resto ho ricordi piuttosto confusi e annebbiati perché il Lupo dopo essersi tranquillizzato stampò una canna di una certa rilevanza. Questo fu positivo anche perché per un po’ smisi di sentire caldo, ma soprattutto smisi di sentire i racconti dello zio di Ivan, e mi scordai anche la metà delle dispense che avevo studiato su <em>John Landis</em> <em>e la fenomenologia del cinema horror giovanilistico statunitense, in relazione alla guerra fredda e in ottica di colonizzazione del continente euro-asiatico.   </em></p>
<p style="text-align: center;"><em>“Ogni cosa era davvero romantica, la nebbia simile alla grigia ombra del mistero senza fine che sembrava covare la terra roteante; e gli uomini insignificanti piccole luci, condannati ad una sfrenata smania di lavoro. O come direbbe Mick Jagger nella canzone: “May the good Lord shine a light on you, Make every song you sing your favorite tune.”</em></p>
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