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	<title>2bePOP &#187; Primavera sound 2014</title>
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		<title>Primavera in ritardo</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 15:49:02 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-1562" alt="primavera in ritardo" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/06/primavera-in-ritardo-1024x682.jpeg" width="1024" height="682" />Il titolo è salvo. La borsa non c’entra. Del resto le spa sono roba da ricchi, continuando a citare gli 80, o da omosessuali e signorine, tornando invece sugli zero in assoluto, e noi sia di revival che di apparenze ne abbiamo fatto indigestione<span id="more-1561"></span>. Il titolo è salvo perché pensato settimane fa originariamente per raccontare il gran finale del Primavera Sound: un seratone all’Apolo con i Deerhunter a tenere svegli i nostri sogni da adolescenti in via di guarigione.</p>
<p>Ho visto il futuro del rock’n’roll è il suo nome è Deerhunter sarebbe stato un ottimo attacco, ma Landau oggi è il braccio destro del Boss dopo avergli salvato la vita, dunque è un’espressione che porta subalternità oltre che denari. Cosa ci importa di più tra le due cose? Ebbene, tornando a Barcellona e a quei suoi palchi c’è da aggiungere che l’Atp ha fatto davvero una brutta fine: messo in angolo a sopportare la sorte che è toccata all’omonimo festival inglese, ovvero la bancarotta o quasi. Due anni fa era lo stage più sapido, forte di un rispecchiare idee nuove sulla direzione artistica, molto più culturali che affaristiche, oltre che a ridurre quasi a zero le distanze tra palco e realtà, in barba alle dissociazioni care a Ligabue. E invece sta finendo tutto tranne la birra.</p>
<p>Cambia la marca, certo, ma sono solo le nostre sbronze a lasciare che questo mondo resti in piedi: Heineken o San Miguel che sia lo sponsor, è una questione di palliativi e sopravvivenza. Andiamo avanti incoscientemente. Ed è ora di svegliarsi. Non solo di Pitchfork e Vice campa l’uomo, il ragazzetto è un’altra cosa, per temporanea fortuna, tant’è che i suoi baffi non sono conditi sale e pepe. Il gusto pieno della vita necessiterebbe però di punti di svolta e invece l’unica cosa veramente di sinistra o progressista, oggi, è la gastrite. “Ho un nodo in gola che è difficile mandare giù”, avrebbe rappato qualcuno, e potrebbe essere un Ovo sodo, ipotizzerebbe Virzì; ed entrambe le cose hanno a che fare con l’esofago, ok, ma anche con la nostalgia.</p>
<p>Continuando ad utilizzare il Primavera come metafora, nel mare di 90 dove abbiamo sguazzato per tre giorni, ci siamo e c’eravamo anche noi. Ma chi vuol fare la fine dei Jesus And Mary Chain? Immobili come mausolei di una tristezza che aspetta la morte, privi anche di quell’audacia in distorsione e della eco che li ha condotti al cospetto del passato ma non del futuro, in giacchette nere da impiegati dalle quali emergono pancioni Heineken o San Miguel come corde legate in vita per tirarli su proprio da quel mare in cui navighiamo tutti. Un amico mi ha detto che non ho capito un cazzo di quel live, eppure lui l’ha visto al pc. Certo, poi mi ha chiesto scusa, dopo aver confrontato il mio report con un’altra manciata di resoconti simili. Già perché di Gigi non frega niente a nessuno, neppure agli amici: loro bussano solo per La cremeria. È quella schiavitù da brand che ha fatto di No Logo un logo. “Niente è gratis, niente è a posto, le insegne luminose attirano gli allocchi”; chi è che mente a chi?</p>
<p>Non mi stancherò mai di ripetere che stiamo costruendo la stessa società clientelare che contestavamo, solo che la nostra è dei miserabili. Sapete che i magazine in ambito musicale più autorevoli e aggiornati non pagano? Che il compenso di un quotidiano nazionale è di circa 24 euro nette ad articolo? L’ho detto. E non lo affermo per risentimento: i soldi sono pezzi di carta e, pur non essendo George Best, li ho spesi quasi tutti in vizi e gli altri li ho sprecati. La dignità è un’altra cosa però. Avete mai letto sulla vostra rivista preferita una recensione della Pausini o di Ramazzotti? Ebbene ci sono loro al numero uno ogni volta che sfornano un album. E se si pensa che il direttore illuminato che ha piazzato Fabri Fibra in copertina ha preso vagonate insulti dai novelli fan degli Stones si potrà comprendere di come sia tutto un controsenso che rifiuta la realtà in cambio di sogni presi in prestito dal trapassato remoto e dalle feste dell’Unità. Ma allora di cosa stiamo parlando? Forse della band che ti manda il disco a casa per fartelo recensire e, dopo dieci recall, ottiene la stroncatura e la ignora con risentimento perché chi scrive non è un musicista? Minchia, ma manda il tuo fottuto album ai professori se il rock deve restare dei conservatori. Tutta sta faccenda non ha senso, o almeno non gliene trovo più molto.</p>
<p>L’unica retribuzione equa è il fatto di avere una grande famiglia ovunque, unita dal vincolo della passione e degli stenti. Ci vogliamo bene, questo è chiaro. Ma lobbysti e hobbysti, mimetizzati in foreste di luppolo, rischiano di lacerare anche questi vincoli carnali per cibarsene, ingordi come sono, viziati come sono, abituati come sono, privilegiati come sono, opportunisti come saranno. E quando rimarranno solo le carcasse, poi, loro saranno altrove, oppure guarderanno La Scena dalla stanza dei bottoni. E noi? Troppo vecchi per resistere alla battaglia o troppo affamati per non cibarci dei brandelli rimasti della famiglia Ugolino, di carne della nostra carne, perché di carne siamo fatti. Non ve ne accorgete di cosa può fare una carezza? Di quanto può corrompere? Non vi accorgete che la vostra playlist, la foto di vostro figlio e l’ultimo articolo che avete scritto ubbidiscono alla stessa logica del rapporto intercorrente tra Vasco, la vanità e Youtube? I don’t like it: pigio un tasto che mi è proibito concepire e resto connesso perché la coerenza è troppa noiosa.</p>
<p>Resto Gigi però, se pure ho il sangue gelato per una primavera che non arriva più. Forse non siamo più abituati alle mezze stagioni che pensavamo non ci fossero più? A dire il vero preferisco l’inverno e l’estate, il nero e il bianco, eppure il cielo è grigio come gli orizzonti di questa adolescenza protratta ad oltranza. Saremo quelli troppo giovani che ora stanno diventando troppo vecchi, questa è la verità. E comunque sarei felice di essermi solo accorto in ritardo di trovarmi in un’eterna primavera. Sperando che non sia, invece, già autunno…</p>
<p align="right">Stefano Cuzzocrea</p>
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		<title>Primavera Sound 2013 (sabato 25 maggio)</title>
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		<pubDate>Sun, 26 May 2013 18:43:21 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1491" style="width: 622px" class="wp-caption alignnone"><img class="size-full wp-image-1491" alt="foto di Serena Belcastro" src="http://www.2bepop.it/wp-content/uploads/2013/05/dead-can-dance.jpg" width="612" height="612" /><p class="wp-caption-text">foto di Serena Belcastro</p></div>
<p>Impressionante. Trovarsi difronte alla distanza che separa il palco del Primavera dallo spazio riservato ai pro e alla stampa è, alla luce del giorno, estenuante al solo pensiero di doverla percorrere; e pensare che di notte è un tragitto che si compie continuamente e senza sforzi<span id="more-1490"></span>. Sembrerà una banalità, ma la musica lenisce. Altrimenti perché continueremmo a correre chilometri, accumulando le frustrazioni lavorative dovute ad un ambiente, quello del rock, che somiglia ad una guerra tra poveri?</p>
<p>E pensare che, giunti a destinazione, questa aberrante solitudine si risolve in cifre da capogiro: 170.000 presenze al festival nella sola giornata di venerdì, praticamente l’intera città di Cosenza, senza nessun Franco, si spera, viste le omonimie traumatiche che hanno dominato questi luoghi in passato. Ecco, oggi scorderemo il passato, un po’ per non cadere in un’altra serata nostalgia, come quella di ieri, ma soprattutto perché gli organizzatori, sempre in conferenza stampa, guardano al domani: sono ancora le 18 di sabato 25 maggio 2013 ed è già stato annunciato l’haedliner dell’edizione 2014: i Neutral Milk Hotel.</p>
<p>Siamo agli sgoccioli, intanto. L’unica cosa che importa, senza pensare alla fine, è accaparrarsi più show possibili, cercando il nuovo, almeno oggi, buttandoci alle spalle il passato, per quanto possibile. Un occhio di riguardo ai palchi piccoli allora. Gli Hal Flavin non sono affatto male ad esempio. La band lussemburghese ha un sound elegante, con venature wave e cura per l’elettronica, peccato che il palco Adidas abbia un impianto che non ne premia i paladini, succede ogni giorno e ad ogni ora. Eppure, poco più tardi, il fonico che si sono portati da casa i torinesi Foxhound lo fa suonare con una certa mole. Loro ne escono vincenti e non horrors. Quando si dice all’avanguardia con le tecniche.</p>
<p>Tra i due spettacoli emergenti si fa una capatina poco più in là, all’Atp. Mount Eerie ha il potere di ricongiungerci col mondo. Che serafica pacatezza. Tant’è che il leader Phil Elverum riesce a ridere e farci sorridere del disturbante frastuono proveniente dallo stage di fianco, senza proferire parola: gli basta ballicchiarne le note, nel silenzio tra una canzone e un’altra. Adam Green non ce la fa a fare infuriare il suo collega di Washington, che continua imperterrito a sussurrare canzoni, accompagnato dalle sue tre signorine, concedendoci pace, serenità e addirittura poesia. E c’è da ribadire che più che patetici siamo famelici, sia chiaro.</p>
<p>Al Pitchfork, quindi, bisogna passarci per forza: intrappolati nella nostalgia che ha animato il giorno precedente ci siamo persi il live di Solange, che pare essere stato uno dei migliori dell’intera rassegna. Oggi, dunque, si corre lì. Menomale: Melody’s Echo Chamber delizia, sbrana, cattura e intrappola. Il progetto della bella Melody Prochet è davvero wow. Molto meglio degli amatissimi Wild Nothing, almeno live, condividendone i tratti ed elevandoli a quadro. Una delle cose meglio riuscite in assoluto in questa tre giorni in cui ci si perde qualche pezzo per via degli spettacoli spesso in contemporanea. La band le dà una grossa mano, certo. La leader però è degna del posto di comando. Ci si innamora insomma. Tornando giovani per un po’.</p>
<p>Purtroppo la tentazione di non dimenticare le vecchie passioni è un vizio. I Dead Can Dance meritano una corsa verso il Ray Ban stage, eccome se la meritano. Performance da encomio. Eppure pare di essere di fronte ad una festa chill out di un tempo ormai andato. Ci siamo ricascati insomma. Riposiamo le stanche membra e ci lasciamo morire sulle scalinate. L’ascesa verrà. Il mantra di oggi è questo.</p>
<p>Comunque se errare è umano perseverare rischia di essere diabolico. Però sarebbe ancora peggio mancare l’appuntamento con la storia del rap, o almeno della sua golden era. Del resto chi si perderebbe il live del Wu-Tang Clan? Non ci sono proprio tutti, pare manchi il pezzo forte, ma cosa cambia? Vedere la crew al lavoro è come scoprire chi eravamo. Sono invecchiati i ragazzi. Eppure l’energia non gli manca. Si sparano Cream quasi subito e giocano al call and response rubacchiando ai Beatles, restituendo il blues agli afroamericani, un po’ come avrebbe fatto Robin Hood. Il compianto A.D.B. è citato e decantato più volte, segno che anche loro non riescono a lasciarsi nulla alle spalle. RZA, invece, alle spalle si lascia pure la consolle in uno spettacolino da dj vecchia scuola che gestisce con mani, piedi, lingua e maestria. Signori e signore era l’hip hop. Ne restano i cocci, oggi e altrove, che chi lo ha rotto sfrutta. Avremmo mai potuto perderci un’ora e venti di Wu-Tang e giustizia dunque? Gli eroi, oggi, vanno tutelati.</p>
<p>Non a caso, anche da Nick Cave c’è il pienone. E che te lo dico a fare, Sonnie? Altrove i Camera Obscura portano il romanticismo. Belle cose. Tanto amore e qualche speranza in un domani migliore che guarisca il cuore  infranto.</p>
<p>La missione successiva? Non far tardi al live dei Lies. Una bomba. Energia che rischia addirittura di rendere troppo audaci. Ci si guadagna una prima fila per ingordigia e si finisce intrappolati in una performance al fulmicotone e in bassi che stonano come una botta in testa o altrove. Respiriamo l’aria e inspiriamo assaporando Primavera. Eccoli i nuovi eroi, cercavamo proprio gente come loro. L’elettronica e il rock non hanno ancora smesso di proliferare segno che il domani esiste. Non è tempo per essere scettici: è il momento di gioire dell’adrenalina indotta. Missione compiuta.</p>
<p>L’altro lato di questa medaglia al valore è, però, la perdita di udito e coraggio per tentare di toccare con mano i My Bloody Valentine. Ci si accontenta di file meno intime e di un live che va in crescendo. La nostalgia muore e porta i 90 ad essere ancora un decennio da emulare. Altro che disfatte. È la band che più ha saputo consegnare ai ragazzi di oggi i limiti da oltrepassare. Ok, i volumi non sono quelli di un tempo: nessun morto e nessun ferito dunque, ma su <i>Feed Me With Your </i>Kiss e sulla contundente ed agrodolce<i> You Made Me Realize</i> i feedback tornano quelli maestosi, avvolgenti, penetranti dell’immaginario collettivo che lega Kevin Shields all’orizzonte tra realtà concreta e proiezioni oniriche che ci ha fatto continuare a sognare, con o senza amore. Non siamo ancora fottuti, non siamo ancora fottuti, questo è il mantra. Manca poco, troppo poco però. È la fine.</p>
<p>Il resto sono gli Hot Chip che sembrano pronti per l’uno maggio a Piazza San Giovanni, qualche ragazzetta con troppo md in corpo e un festone finale che fa sembrare il dj-set di John Talabot la manna dal cielo e noi dei miscredenti e detrattori ad ogni costo: parlare male della sua selezione del giovedì è da irriconoscenti. Becchiamoci Dj Coco allora. Ci sta bene. Se non si apprezzano gli sforzi non resta che una condanna alla dozzinalità. Oppure, guardando il festival, alle 6 e 30, mezzo pieno come il proverbiale bicchiere, sentiamoci già a casa, eliminando l’effetto jet lag. La triste quotidianità è già (ri)iniziata. Fortuna che gli dei ci proteggono e Apolo prevede un’altra possibilità per noi (2beContinued…)</p>
<p style="text-align: right;">Stefano Cuzzocrea</p>
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